Solo la parola dà all’essere umano la sua autonomia,
essa gli permette di chiedere agli altri la strada
e di prenderne poi un’altra.
(Elfriede Jelinek, Voracità)
Il fatto che il potere abbia sempre esercitato anche un controllo sul linguaggio è circostanza talmente assodata da averci provocato una specie di assuefazione: se il Vaticano ha perseguito per secoli ogni tentativo di traduzione della Bibbia latina, se il Fascismo ha lottato contro forestierismi, dialetti e minoranze linguistiche, se gli eufemismi rivestivano di una fredda patina burocratica la persecuzione nazista antiebraica, allora forse non ci stupisce che lo stesso meccanismo continui a riprodursi anche oggigiorno. Insomma, che il governo israeliano definisca “contesi” i territori palestinesi occupati e “incidenti” le brutali aggressioni dei coloni in Cisgiordania, oppure che Putin si sia sempre riferito all’invasione dell’Ucraina parlando di “operazione speciale militare” non smuove più di tanto le nostre coscienze, indignate semmai dai massacri e dalle ingiustizie che guerre, colonialismo e politiche securitarie continuano a perpetrare.
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