Ermanno Cavazzoni: la letteratura (non) è una cosa seria

LETTERATURA, FILOLOGIA E TRADUZIONE

A che serve assumere l’aria seria quando si è stati designati,
intendo dire, forse prescelti dal destino per far la parte del buffone?
(Robert Walser, I fratelli Tanner)

Il buffo è sempre più complesso del serio
(Ermanno Cavazzoni, Il buffo della vita)

0. Tra i paradossi che alimentano l’arte narrativa di Ermanno Cavazzoni uno dei più interessanti è forse il fatto che uno scrittore così nutrito di letteratura non perda occasione per irridere ogni concezione elevata dell’arte, compresa la scrittura stessa: tra i libri pubblicati nei suoi ormai trentacinque anni di attività, si trovano infatti parecchi passaggi in cui si realizza un ironico –ma non per questo meno feroce– abbassamento di qualsiasi velleità artistica e critica (i critici letterari, in particolare, sono tra i suoi obiettivi prediletti). Basti pensare a un titolo come Gli scrittori inutili (2002), in cui l’autore emiliano, riprendendo lo schema di «mimesi comica dell’agiografia»[1] già messo in atto in Vite brevi di idioti (1994), si produce in una rassegna tragicomica di 49 ritratti di presunti scrittori in cui, come si dirà meglio in seguito, vengono schernite molte delle pose associate a questo “mestiere”: dalla tendenza al piagnisteo alla disposizione all’invidia e al risentimento.

Erede consapevole di una linea emiliana che attraversa Boiardo, Ariosto, Zavattini, Malerba e Celati, Ermanno Cavazzoni «considera la scrittura […] come un’attività non programmata, simile al sognare»[2]; proprio questo è per lui un punto cruciale: nel momento in cui si professionalizza, ogni attività artistica perderebbe la sua stessa natura intrinseca, ovvero quella di non essere altro che una libera fantasticazione di cui non si può fare a meno. Da ciò deriva la valorizzazione di una letteratura che si allontana il più possibile dall’idea di prodotto “pulito” e preconfezionato secondo determinati canoni a favore invece di un’arte “sgangherata”, più vicina all’essenza dell’uomo (che è un’essenza comica, fatta come «uno sgabuzzino più o meno ordinato»[3]). Ecco allora che quello cavazzoniano è un concetto di arte decisamente più ampio della definizione tradizionale, e «che copre tante attività o impulsi poco confessabili, anche metafisici, o donchisciotteschi» (p. 66)[4]

Attraverso i suoi testi in cui dà libero sfogo ad una fantasia irrefrenabile (ma sempre sapientemente rifinita: noto il giudizio di Asor Rosa secondo cui «Cavazzoni scrive bene come pochi»[5]), lo scrittore emiliano ha avuto il merito di sottrarsi a ogni moda e a qualsiasi modello di letteratura come prodotto di consumo in grado di andare incontro alle aspettative medie dei lettori, a favore invece di un’idea di scrittura come vocazione e manìa completamente disinteressata, ovvero un fatto di anima e non di mestiere[6]. Proprio per questo, in mezzo a un mercato di scrittori davvero “inutili” in quanto prevedibili, Cavazzoni appare sempre più necessario: basterebbe d’altra parte a dimostrarlo sia il legame speciale instaurato con un gigante come Federico Fellini (il quale trasse il suo ultimo film, La voce della luna, dal cavazzoniano Poema dei lunatici[7]), sia il ruolo di amico e sodale che Cavazzoni ha avuto nei confronti di altri valenti scrittori emiliani come Daniele Benati, Paolo Nori o Ugo Cornia.

In questo contributo si metteranno in luce alcuni luoghi dell’opera cavazzoniana in cui vengono affrontati aspetti legati al ruolo dello scrittore e all’arte della scrittura: un’attività, quest’ultima, che Cavazzoni denigra continuamente ma, allo stesso tempo, continuamente omaggia proprio con le sue opere. E allargheremo il discorso al sapere più in generale, seguendo anche in questo caso la strada paradossale di autore di grande erudizione che si diverte a irridere la Cultura, con lo scopo di salvare il libero esercizio del pensiero svincolato da secondi fini strumentali. 

1. Pubblicato per la prima volta nel 1987, e recentemente riedito dalla Nave di Teseo, Il Poema dei lunatici costituisce il sorprendente esordio di Ermanno Cavazzoni: un romanzo picaresco e lunare, ariostesco e donchisciottesco, caratterizzato –come ha precisato Michele Farina– da una «trama sconclusionata» e da una «lingua riottosa alla buona creanza letteraria, atipica e inaspettata». Se ne veda l’incipit: 

C’è stata all’inizio questa cosa stranissima che probabilmente non sarà creduta, ma si trovano scritti in bottiglia nel fondo dei pozzi. 
Chissà cosa significa, mi sono chiesto, buttare in un pozzo un messaggio in bottiglia, come farebbe un naufrago in mare; e sono su questo sempre rimasto piuttosto perplesso.
È frequente però nelle pianure, mi hanno detto, trovare nei pozzi lettere, biglietti, lettere minatorie o scarabocchi tappati dentro a una bottiglia. E ci sono cose anche più strampalate che si vedono galleggiare sul fondo (Il Poema dei lunatici, cap. 1 I fatti così come mi sono sembrati, p. 7)[8]

L’inchiesta inconcludente del protagonista Savini (chiamato anche Roteglia: l’instabilità del nome riflette l’identità disarticolata tipica di tanti personaggi cavazzoniani[9]) inizia quindi con un riferimento all’attività della scrittura: e chissà che il romanzo stesso non voglia essere un’esemplificazione di una di quelle cose strampalate che è possibile trovare sul fondo dei pozzi delle pianure.

Di “trovate” strampalate il libro è davvero pieno, in un succedersi di episodi e micro-narrazioni che è la maniera abituale con cui sono costruiti i romanzi di Cavazzoni (di fatto raccolte di racconti inseriti in una cornice –per nulla stringente– che costituisce la trama della vicenda[10]). Si consideri per esempio l’idea che il protagonista Savini elabora insieme al prefetto Gonnella di costruire un atlante della prefettura in un materiale trasparente (perché più funzionale ad un’area in continuo cambiamento: nascono nuove regioni nel giro di una notte, e tutte le regioni svaniscono continuamente e appaiono diverse a seconda di chi le osserva). Dopo aver pensato alla carta velina, e poi al vetro, Savini propone l’idea di fare un atlante impiegando l’acqua, così giustificandola:

«Sì, ma sarebbe bello un atlante di acqua, così i confini delle nostre regioni ondeggiano, come succede nella realtà; e si sposterebbero alla deriva. E poi se si formano delle correnti dentro l’atlante, l’inchiostro della tipografia si spande e si sfilaccia, come le nuvole quando c’è vento. E se noi ci stampiamo nell’acqua delle parole o dei colori per indicar le montagne e i prati dove pascolano le tribù degli abitanti, se noi ci stampiamo un tratteggio o una velatura a retino per indicare le valli nebbiose, o dei circoletti per i nidi delle madonne, pian piano, per la natura dell’acqua, tutto questo fitto di segni si diluisce e forma delle ombre o delle striature; o un arcobaleno che brilla e che si guarda con grande diletto.»
Avevo parlato tanto ispirato che il prefetto mi stava a ascoltare vedendo con gli occhi dell’immaginazione le linee di stampa e le lettere nuotare in questo liquido atlante, e scomporsi e poi ricomporsi, in modo da suggerire una geografia che trascorre davanti allo sguardo, e si colora come una stoffa cangiante o come il cielo di marzo. (Il Poema dei lunatici, cap. 10 Un vero e proprio deserto, p. 137)

Più avanti nello stesso capitolo troviamo anche questo racconto, fatto dalla viva voce di Savini[11]

E gli ho raccontato di uno che dicevano che era scrittore, che subiva degli scherzi di questa fatta: mentre scriveva si formavano sui margini del foglio di carta dei vermi bianchi e piccini che non si distinguevano quasi dal colore del foglio. E mentre il suddetto pensava, guardando il soffitto, loro pianissimo andavano verso le parole di inchiostro, cosicché quando stava per scriverla l’idea che gli era venuta, loro finivano sotto la penna e gli facevano fare degli sgorbi e macchiare.
E mentre puliva la punta o soffiava sopra la carta, l’idea gli scappava.
Così ricominciava a pensare; ma si formavano di nuovo dei bachi, quasi invisibili, e alla fine rovinava solo dei fogli.
Avrebbe dovuto essere veloce, ma non era il suo stile.
Poi dopo è passato alla biro, perché voleva fare un romanzo; ma succedeva che quei bachi gliela seccavano o non girava più la sferetta, o in certi punti rendevano quasi unta la carta in modo che la scrittura non si attaccava. E allora perdeva un sacco di tempo e gli sfumavano tutte le idee, e non riusciva a diventare scrittore.
Quelle, diceva che erano le sue tribolazioni; e i bachi non se li sapeva spiegare del tutto. Diceva che forse era la carta che si ribellava, e non voleva essere scritta da lui perché aveva vergogna.
Ma in effetti era lui a avere soggezione del foglio, e avrebbe voluto fargli vedere di che cosa era capace.
Se ad esempio copiava qualcosa o traduceva, i bachi non avevano tempo di nascere.
Ma lui non si accontentava.
Se il foglio fosse stato già scritto, lui lo avrebbe potuto commentare e correggere, riga per riga, e avrebbe fatto un capolavoro. Era sicuro di questo. Perché i bachi si formano se c’è molto spazio che aspetta, e non tra le righe. 
[…]
E i casi son due: o vengono dalla fermentazione del foglio di carta per una specie di generazione spontanea; oppure si deve supporre che quando uno pensa per molto ma con indeterminazione, senza volere fa anche le uova e le cova, uova grandi come quelle di mosca o nemmeno, che sfuggono all’occhio dell’uomo. E da lì poi escono i bachi o in ogni caso da lì vengon gli intralci. (Il Poema dei lunatici, cap. 10 Un vero e proprio deserto, pp. 141-142)

Qui Cavazzoni sembra rievocare la mitica figura di Titivillus, il demone che, se nel Medioevo era ritenuto dedito all’annotazione delle parole omesse dai chierici durante le celebrazioni o di quelle futili pronunciate dai fedeli in chiesa, dalla metà del XIX secolo assume anche il ruolo di «distraente nei confronti degli amanuensi negli scriptoria medievali per indurli in errore»[12]. Ed emerge qui anche tutta l’ironia cavazzoniana nei confronti di qualsiasi attività scrittoria seriosamente concepita –per esempio, l’idea che lo scrivere possa essere progettato a tavolino (perché voleva fare un romanzo) o possa ambire a produrre grandi cose (e avrebbe fatto un capolavoro)–, ironia che si ritroverà nei suoi scritti successivi.

2. Figure diaboliche disturbanti –associate questa volta alla lettura– si ritrovano anche nel secondo romanzo di Cavazzoni, Le tentazioni di Girolamo (1991), una sorta di incubo ambientato in una biblioteca: il protagonista, Girolamo, è svegliato durante la notte da un forte mal di denti e avverte il bisogno impellente di recarsi in biblioteca perché si è improvvisamente ricordato che l’indomani avrebbe dovuto sostenere nuovamente l’esame di maturità. 

Qui Cavazzoni riprende lo schema della storia di San Girolamo, «continuamente distratto da tentazioni mentre si dedicava agli studi e alla traduzione della Bibbia»[13]: al principio della descrizione di questo luogo davvero purgatoriale[14], un utente della biblioteca (che in realtà sta dormendo) viene fortemente disturbato da due figure demoniache –Fischietti e Santoro– che più avanti scopriamo essere gli aiutanti del capo bibliotecario Accetto; e di conseguenza anche il protagonista viene distratto dall’inizio di lettura che aveva intrapreso[15]. Ma tra i disturbatori compariranno anche moscerini, lumache, formiche, vespe, galline e altri animali: l’intera biblioteca si rivelerà infatti essere una sorta di zoo.
Il ruolo di tormentatori dei due aiutanti di Accetto nei confronti degli utenti dormienti della biblioteca prosegue per esempio nel Capitolo E, nel quale si descrivono i vari metodi di tortura messi in atto: come infilare piume di gallina su per il naso, mettere formiche sul collo, sfilare la sedia, applicare colla e nastro adesivo sopra orecchi, bocca e naso, pungere il collo con uno spillo, usare fiammiferi per bruciare varie parti del corpo, accanirsi in vari modi sui piedi[16].

Il Capitolo F potrebbe invece essere affiancato alla già citata descrizione del Poema dei lunatici: si parla infatti di insetti che si insediano sulla pagina che il protagonista sta cercando di leggere, impedendoglielo; ma si parla anche dei tipografi come di sabotatori dei libri; e Accetto descrive l’attività della lettura come «un atto vandalico a tutti gli effetti» (p. 57).
Sempre sul ruolo degli insetti quali disturbatori della lettura si considerino le parole del professor Rasorio:

Così sono comparsi gli scarafaggi. Sono salite dai buchi e dai tubi di scolo la blattella germanica, la periplaneta americana, la blatta orientale e i vari loro parenti della famiglia dei blattidi. Costoro mangian di tutto, specialmente sporcizia, piume, cartone, nonché la carta dei libri, lasciandoci poi sopra una cacca che sembra una virgola o un punto esclamativo, senza significato alfabetico, ma che confonde lo scritto e a lungo andare macchietta di esclamazioni le pagine. (Le tentazioni di Girolamo, Capitolo L, p. 93)

Inoltre nel Capitolo R il direttore parla di un dipendente della biblioteca, un certo Vincenzo Gallo, che malignamente si diverte a cambiare di posto ai libri, «che cancella le collocazioni, sostituisce deliberatamente le pagine e le copertine» (p. 150). E in più: 

Incolla ad esempio tra loro le pagine o le taglia a quadretti, in modo che ne escano solo coriandoli; cancella i titoli e le parole, una sì, una no, con dell’acido o con del nero di seppia, come fossero macchie di muffa; al posto del libro a volte ci lascia un biglietto con su una sciarada, perché si diletta di queste sciocchezze, con su un indovinello, degli anagrammi che rimandano a un altro scaffale di un’altra stanza, e così di seguito in un circolo esasperante che fa maledire l’inventore delle biblioteche, dei libri e dell’alfabeto. (Le tentazioni di Girolamo, Capitolo R, p. 150)

E ancora: 

Mette nei libri degli scherzetti a molla che saltano in aria davanti al lettore quando apre la pagina; […] Li fa che sembrano delle cavallette, coi ritagli di carta; o che sembrano rane, o pupazzetti con il berretto e la lingua fuori che quando saltano emettono un fischio facendo così decadere agli occhi del pubblico tutta la serietà del libro e della biblioteca. (Le tentazioni di Girolamo, Capitolo R, p. 150)

E poi: 

Mette in qualche libro la polvere per starnutire, la polvere per fare solletico, cosicché invece che leggere gli studiosi si grattano, si congestionano, e gonfiandosi si deconcentrano, credono di avere addosso le pulci, e se c’è qualcuno che è allergico si colora tutto di rosso, a chiazze, con bollicine a miriadi molto antiestetiche; a furia di grattarsi si spellano vivi. E gli studiosi, come lei sa, sono percentualmente sensibilissimi e insofferenti. Poi mette pepe, paprica, anidride solforica, che producono ulcerazioni alle mani, alla lingua, alle congiuntive. Mette polveri o delle sue gelatine che aprendo il libro esce un odore di sterco e di putrefazione che scappano tutti e bisogna arieggiare; se non capita che qualcuno venga dagli altri accusato di avere emesso sottobanco qualcosa: lei sa gli studiosi come son permalosi, e come su questo punto non ammettano mai un istante di cedimento, sia pure occasionale e unico in tutta un’onorata carriera. (Le tentazioni di Girolamo, Capitolo R, pp. 150-151)[17]

Come si vede Cavazzoni si diletta a dileggiare la presunta serietà degli studiosi da biblioteca, e dei libri stessi, che altro non sarebbero che oggetti che trasudano vanità[18]. Così come parodia l’inefficienza dei bibliotecari[19] o altri aspetti legati al mondo culturale: la manìa delle conferenze divulgative (Capitolo I) o l’ansia da esame di Natale– l’utente della biblioteca che soffre di insonnia– che vorrebbe diventare professore di ruolo (Capitolo D).

Infine, il penultimo capitolo del libro (Foglio 8: Secolo venti, cronistoria del) simula una pagina di enciclopedia in cui si descrive l’aumento vertiginoso del tempo dedicato alla lettura nel corso dei primi 6 decenni del XX secolo (prima di quello che viene chiamato «il famoso crollo del ‘59»: p. 186). E si tratta di dati grottescamente esagerati: per esempio si dice che «certe fasce della popolazione arrivarono tra il 1950 e il 1959 a 14-15 ore di lettura per giorno» (p. 185). Questa era la situazione:

Alla sera, negli anni cinquanta, pochissima gente girava per strada, perché la maggioranza stava in casa a leggere, e anche i pochi nottambuli camminavano con dei libricini tascabili. Gli usi erano mutati rapidamente; le famiglie cenavano in fretta, poi ognuno riprendeva il suo libro, chi sul sofà, chi in poltrona, chi su una sedia in cucina, chi seduto perfino sulla ciambella del gabinetto. La cameriera rannicchiata sotto il lenzuolo leggeva i libri già letti dalla signora. La signora faceva le ore piccole con un lumino, e il signore padrone di casa passava la notte in salotto addormentandosi all’alba con la faccia riversa sull’ultima pagina di un romanzo giallo. Erano le follie dell’epoca. Ma era lo stesso di giorno nei cantieri, sui tram, negli uffici: tutti tenevano il libro pronto con il segnalibro, e appena c’era una pausa era tutto un rimettersi a leggere, e un sospirare quando suonava la fine della ricreazione. Questo per illustrare il clima morale dell’epoca. (Le tentazioni di GirolamoFoglio 8: Secolo venti, cronistoria del, p. 185)

Nelle regioni del mondo in cui gli scrittori divennero particolarmente numerosi, essi diffusero «le malattie tipiche della sedentarietà, dell’aria chiusa e viziata, artriti, coliti, ulcere, lussazioni da decubito, nonché malattie oftalmologiche e cerebrali» (p. 187).[20]

Ma dopo la crisi del ’59, quando «nello spazio di pochi giorni non leggeva più un libro nessuno», «rimasero senza occupazione 54 milioni di scrittori, cui si aggiunga un numero almeno triplo di persone ad essi legati economicamente (3,4 per ciascuno)» (p. 186). In particolare «anche i critici si trovarono disoccupati e in preda al malcontento. Sembrerà impossibile ma i critici erano ancora di più degli scrittori, solo che erano meno visibili e più morigerati» (p. 187). Il loro numero abnorme «premeva sulle amministrazioni, sulle mutue, sui trasporti pubblici urbani, sulle mense assistite, creando una generale insofferenza» (p. 188); il tentativo di farne una «riconversione» non diede esiti confortanti: «i pochi che vennero assunti si dimostrarono indolenti, pettegoli, a volte anche in difficoltà con l’alfabeto, e con un terribile odore di cipolla» (p. 188); e comunque i critici se ne andavano in giro a spargere zizzania, a dare giudizi e consigli non richiesti, a litigare tra di loro o a fare violente risse con gli scrittori che s’ingigantirono fino a diventare vere e proprie stragi. Il risultato finale fu che «nei primi anni del dopoguerra gli scrittori erano quasi scomparsi» e «anche dei critici quasi se ne perse la razza» (p. 193).

3.  La stoccata ironica nei confronti dei critici, reputati inutili e parassitari, è ribadita da Cavazzoni in molti altri luoghi della sua opera. Per esempio negli Scrittori inutili i critici vengono descritti come becchini che si accaniscono sugli scrittori morti mentre disprezzano i viventi:

Passeggiano con l’aria ermetica, sempre vestiti di scuro, anche in spiaggia. Non ridono mai, anzi sembra che abbiano il becco, e lo sbandierano con gran sussiego. Si capisce che principalmente loro giudicano. E lui nella fattispecie lo giudicavano male in quanto scrittore vivente. […] perché questi critici, anche d’aspetto, sono come i becchini, che s’interessano a te quando sei cadavere, allora ti vengono intorno, fanno capannello, prendono le tue misure. […] Costoro oltre che a giudicare non sanno far nulla. (Gli scrittori inutili, racconto n°13 Scrittori pinguini, p. 51)[21]

Oppure vengono descritti, parimenti ai giornalisti, come «una categoria di cialtroni; aggressivi a parole, ma poi con la patente in regola, l’auto in regola, la moglie laureata, lo stipendio fisso e anche di più, se si può» (racconto n°24 Periferia di Milano, p. 92). E si veda l’incipit del racconto n°25 Critici longevi (p. 93): 

A cosa serve un critico? si chiede ogni tanto la popolazione. Un critico serve perché uno scrittore s’illuda per un momento di esistere. Ogni scrittore dovrebbe avere il suo critico, altrimenti resta disinnescato e spento.

E si consideri anche il geniale racconto n°40 Spazio bianco, in cui si prende in giro l’eccessiva faciloneria della critica nel gridare al capolavoro[22]

Gli scrittori inutili contengono anche moltissimi altri spunti in cui si evince il divertimento di Cavazzoni nell’esercitare l’abbassamento di ogni pretesa legata al mondo della scrittura. Dalla parodia delle scuole di scrittura (con la critica implicita all’idea che sia possibile insegnare il “mestiere” di scrittore: racconto n°36 Scuola di scrittura[23]), alla presa in giro dell’idea di ispirazione e della gelosia degli scrittori per i loro momenti di sedicente illuminazione; dal dileggio del piagnisteo che caratterizzerebbe i letterati (molti dei quali sono ironicamente descritti come vittime del sistema culturale-editoriale incapace di riconoscere la loro genialità[24]), alla derisione della “crisi dello scrittore”, presentata in realtà come una posa (racconto n°20 Evelyn); dall’irrisione verso gli atti iconoclasti degli scrittori autoproclamatisi avanguardisti (racconto n°29 Avanguardia)[25], alla canzonatura dell’innata tendenza degli scrittori a fondare riviste, che altro non sarebbero che un sistema organizzato gerarchicamente affinché alcuni spadroneggino su altri (racconto n°31 Fondare una rivista); dalla critica dei rapporti maestro-allievi[26] e case editrici-scrittori[27], fino alla sottolineatura dell’invidia e del risentimento che caratterizzano gli scrittori, i quali si sfruttano a vicenda (racconto n°3 Verdure avariate), si comportano come delinquenti vagabondi facendosi la guerra tra di loro (racconto n°24 Periferia di Milano), e fingono di essere amici quando in realtà si odiano (racconto n°17 Insulti).
E un cinquantanovesimo racconto accostabile ai 49 di questa raccolta è il capitolo n°30 di Vite brevi di idioti (1994) dedicato a Il romanziere realista: qui Cavazzoni irride l’idiozia di un sedicente scrittore incapace di produrre alcunché perché in grado di descrivere solo le azioni compiute da lui stesso: un’evidente presa in giro sia del ricorso –in mancanza di idee– all’autobiografismo spicciolo, sia di una concezione realista della letteratura[28].

Da ultimo si veda anche quanto Cavazzoni ribadisce nel già citato Limbo delle fantasticazioni, in cui si critica ogni concezione dell’arte come strumento per raggiungere la fama («Un primo grande guaio delle faccende artistiche, letteratura compresa, è che sembrano promettere una via accelerata al successo»: p. 7): i prodotti artistici nascerebbero infatti spesso sotto il segno della presunzione («bolle d’aria, gonfie di vanagloria (e di puzza)»: p. 7), inserendosi in un sistema fatto di invidie, prevaricazioni, vendette e anche veri e propri furti di idee («la letteratura italiana è fatta di truffatori che s’impossessano dell’altrui lavoro»; pp. 69-70[29]).

4. Insieme al discorso abbassante intorno alla letteratura e alla cultura in genere, Cavazzoni ha toccato in alcune sue pubblicazioni un altro tema ad esso assimilabile: ovvero una divertita –e postmoderna– rivisitazione della Storia ufficiale. Dietro entrambi vi è infatti l’idea che l’esistenza degli uomini non sia altro che una grande finzione, tale per cui non varrebbe la pena di prendere nulla davvero sul serio. 
Si veda, per esempio, questa dichiarazione del protagonista-narratore dello spassoso Storia naturale dei giganti

Non voglio fare illazioni, però è un argomento che andrebbe studiato, se cioè le radici del jazz sono più antiche di quanto si creda, e se per caso non affondino anche nel tardo Medio Evo, il che sembra impossibile, ma la storia a guardarla bene, secondo me è una sorpresa continua. (Storia naturale dei giganti, cap. Sul problema della legittimità, pp. 135-136)[30]

Sempre nello stesso testo si descrive un’ipotesi di storia alternativa attribuita a un personaggio di nome Fresco Fico: ovvero che Hitler, Stalin, Mussolini, Franco e Pétain non sarebbero altro che alieni; e che «l’ultima guerra mondiale è stata una guerra spaziale, avvenuta negli spazi vuoti della Galassia, che ha avuto come teatro marginale anche la Terra» (cap. Epoca inflazionaria, p. 200). E lo stesso discorso prosegue nel capitolo Il secolo telecomandato: secondo Fresco Fico, il cadavere di Mussolini sarebbe stato appeso a testa in giù a Piazzale Loreto per fargli sputare «la ricetrasmittente che gli avevano installato» gli alieni: in verità, infatti, era defunto dal 25 luglio 1943 e «lo tenevano in uno stato di vita apparente semi-automatica, ricaricandolo con l’elettrostaticità» (p. 207); Hitler, invece, l’avrebbero «vaporizzato (30 aprile 1945) perché non si vedesse il congegno elettronico di cui era fatto, un congegno molto più invasivo di quello di Mussolini; in pratica tutto il cervello era sostituito. Infatti hanno trovato solo un corpo informe bruciacchiato davanti al bunker.» (p. 208). Infine: 

Stalin […] ha continuato a regnare anche dopo il 1953, dalla cassa in cui era chiuso. Fino almeno al 1961, al XXII congresso. Poi a poco a poco il sistema di trasmissione perde energia, perché in un corpo decomposto decade il voltaggio. È durato qualche decennio, aveva ancora un lieve potere nel 1985 senza bisogno di comparire pubblicamente e movimentarsi […]; poi all’improvviso Stalin si è spento, e infatti subito è crollato il muro di Berlino (9 novembre 1989), è crollato Ceausescu (23 dicembre 1989), sono crollati i regimi radiocomandati da lui.» (Storia naturale dei giganti, cap. Il secolo telecomandato, p. 208)

Ma è senza dubbio nel Poema dei lunatici che Cavazzoni ha giocato maggiormente con ipotesi fantastoriche; e soprattutto per bocca del prefetto Gonnella, che racconta alcuni episodi storici “rivisitati” e comicamente smitizzati presentandoli come la versione “vera” censurata dalla Cultura ufficiale[31]

Alessandro Magno e i Macedoni
Nella sua marcia verso Est, Alessandro e i suoi uomini avrebbero adottato per imitazione gli usi e i costumi delle popolazioni con cui entravano in contatto; e si trattava di abitudini particolarmente esotiche: 

Ad esempio vedendo gli Armeni qualcuno già si era disfatto dell’elmo, che in quei climi fa bollire la testa, e portava un turbante. Qualche altro preferiva una rete di vimini allo scudo di bronzo. Alcuni, invece del giavellotto, avevano un falco o un grifone sopra una spalla, e altri come corazza portavano squame di pesce, altri della corteccia o le foglie di dattero; altri si coprivano di fango seccato. 
[…] 
Ormai erano in pochi a cavalcare i cavalli, e invece, come avevan veduto, montavano struzzi, elefanti, antilopi, zebre, caproni, cammelli; e qualcuno che aveva catturato uno schiavo dell’Arabia felice o un etiope, che sono famosi per correr fortissimo, gli aveva messo una specie di sella e lo spingeva al galoppo a tutta furia, a suon di frustate. (Il Poema dei lunatici, cap, 7 Nei confini della prefettura, pp. 90-91)

Così facendo riuscivano a vincere ogni battaglia perché i nemici non ci capivano più nulla, visto che si muovevano senza alcuna disciplina e senza avere una strategia. E a forza di mischiare le varie lingue con cui entravano in contatto, non riuscivano più a capirsi nemmeno tra di loro, finendo per non riuscire nemmeno a parlare.

Gli Aztechi
Questa popolazione non sarebbe stata spazzata via dall’arrivo degli Europei ma si sarebbe invece ritirata nella foresta e, per non farsi individuare, avrebbe sostituito le proprie architetture con un’architettura astratta, ovvero solo immaginata:

Quindi gli Aztechi non sono scomparsi, ma si sono intanati. 
Hanno sempre una grande paura degli spagnoli che possan tornare. E allora per mimetizzarsi non abitano più il vecchio regno, che è stato lasciato andare in rovina; ma ormai è nel regno minerale che stanno, dove le città son sotto terra, nella forma più celata possibile, cioè allo stato di roccia.
E il loro sistema edilizio è di lasciare tutto com’è, adottato dopo l’arrivo degli spagnoli. (Il Poema dei lunatici, cap, 8 Popolazioni nascoste, p. 110)[32]

I Mongoli
Non sarebbe vero che i Mongoli si sono fermati al Mar Nero; al contrario essi «hanno mandato i più piccoli, che si sono sparsi in Europa a ondate. E a ogni ondata eran sempre più bassi, ma eran milioni» (cap, 8 Popolazioni nascoste, p. 116). E non volevano il potere, ma solo abitare nelle cantine da dove cercano di accaparrarsi cibo dagli avanzi.

I Visigoti (cap. 10 Un vero e proprio deserto, pp. 143-145)
Gli sforzi di questo popolo ferocissimo per spaventare la popolazione sarebbero stati depotenziati dal fatto che la popolazione colpita attribuisse le distruzioni a colpe proprie o a disgrazie. Questa situazione frustrava i Visigoti che cercavano di commettere distruzioni ancora maggiori, ma senza ottenere alcuna considerazione; fino a che sono scomparsi.  

A queste versioni alternative di episodi storici –da mettere in relazione con l’ossessione di Gonnella per l’idea che tutti nel mondo non siano altro che attori che “fanno finta”[33]– è da accostare l’esilarante vicenda riguardante Garibaldi («una storia pazzesca, che se la insegnassero a scuola sarebbe la fine»: p. 168) raccontata da uno studente che Savini e Gonnella incontrano in un bar. Nella prima parte del racconto (cap. 12 La nuova piega imprevista nel bar pizzeria, pp. 167-169) viene detto che tra i Mille imbarcatisi a Quarto c’era un certo Zagreo (un antenato dello studente che sta raccontando l’episodio) che, resosi conto del «mistero che c’era nella spedizione», iniziò a protestare; e, poiché non si poteva ormai più tornare indietro, si buttò a mare, motivo per cui, una volta arrivati in Sicilia, venne rinchiuso in una galera da cui non uscì mai più (e nella quale si dedicò a scrivere la “vera” storia di Garibaldi). Nella seconda parte della vicenda (cap. 14 Di là dalle apparenze la storia di Garibaldi) si racconta che, negli otto giorni e nelle sette notti che Zagreo trascorse vicino a Garibaldi, quest’ultimo gli apparve come una specie di demente, che non sapeva bene cosa faceva (dando, per esempio, ordini di navigazione del tutto casuali e incongruenti), parlava a vanvera e pareva inconsapevole dell’impresa che stava capitanando:

Questo viaggio era una pazzia, mi dicevo, e guardavo dietro di noi l’altro battello che ci seguiva da vicino, per non perdersi. Eravamo in balia di un uomo che non sapeva con certezza neppure il proprio nome, e immaginava di navigare in chissà quale oceano, verso una città che un istante dopo aveva già scordato o che chiamava con un nome diverso sorto dalle onde della sua fantasia. (p. 206)

Inoltre:

Con Garibaldi non si era mai sicuri di niente, perché aveva una memoria che andava e veniva, e se dava ordini non si poteva sapere in quale situazione immaginava di essere. Con la storia che lui aveva navigato tutti gli oceani faceva eseguire manovre che credo fossero insensate e qualche volta pericolose. Ma nessuno fiatava […] 
A Talamone ci siamo arrivati per caso, potevamo finire in Corsica o ad Algeri. Poi ci siamo diretti verso la Spagna, abbiamo girato in direzione di Napoli, poi ancora verso ponente; abbiamo sfiorato l’Africa, siamo tornati indietro e ci siamo imbattuti per puro miracolo nella punta occidentale della Sicilia, grazie ad un marinaio che ha visto terra sulla destra, altrimenti finivamo a Nizza o a Cagliari, se non piegavamo prima dalla parte di Cipro. (p. 208).

Anche dopo lo sbarco in Sicilia, Zagreo sta vicino a Garibaldi, al quale si è affezionato: sconcertato per le condizioni del generale, di cui nessuno sembra rendersi conto, decide infatti di aiutarlo a nascondere la sua demenza mentale:

Ero prezioso; senza di me la sua immagine sarebbe crollata. Mi interrogava con un tono distratto, poi, prima che la memoria svanisse, dava gli ordini ripetendo le mie parole. Ero io, cioè, in pratica che comandavo l’impresa. (p. 216)[34]

La storia su Garibaldi è seguita da quella del Viceré di Sicilia, raccontata da un altro studente che aveva accompagnato il primo (cap. 15 Si ride di un’altra sorte disgraziata). Il Viceré che reggeva l’isola all’epoca dello sbarco di Garibaldi sarebbe stato un governatore molto premuroso e pignolo, che si dedicava al suo compito con grande impegno e responsabilità (e applicando ad ogni problema principi matematici). Ma i suoi sottoposti non lo seguivano affatto: fingevano solo di obbedirgli ma poi se ne fregavano e si disinteressavano degli ordini ricevuti, mantenendo un’attitudine di passività e pigrizia. E lo stesso i soldati impegnati in battaglia, dediti soprattutto al cibo.

A tali episodi possono essere affiancati, infine, sia il dialogo tra Savini e Gonnella durante il quale emerge una versione della battaglia di Waterloo secondo il punto di vista di un uomo comune la cui abitazione si sarebbe trovata proprio in mezzo al campo di battaglia (dalla sua ottica il conflitto sarebbe consistito in una «successione di gente in divisa che transitava nel suo campo visivo e si accaniva senza un’apparente ragione contro il giardino»: p. 240); sia la versione della storia di Giuda Iscariota raccontata a Savini da una persona incontrata nell’ultimo capitolo del romanzo (cap. 18 Sparisco io alla fine in un pozzo secco). Secondo questa versione il tradimento di Giuda sarebbe stato in realtà un atto di estrema fedeltà nei confronti di Gesù: all’Ultima cena era infatti l’unico degli apostoli ad essere sobrio e lucido, mentre gli altri erano tutti ubriachi e ridanciani; e quando Gesù disse che qualcuno dei presenti l’avrebbe tradito, Giuda si sentì in dovere di dare effetto a questa dichiarazione. Dopodiché si aspettava che il suo gesto venisse ricompensato e che Gesù lo lodasse pubblicamente; ma non successe nulla di tutto ciò. E resosi conto del suo errore[35], decise –disperato– di togliersi la vita.

5. Come ha lucidamente sottolineato Matteo Marchesini, grazie al «suo disimpegno sornione», Cavazzoni – pur non essendo un critico della cultura– riesce a «cogliere certe mostruosità sociali con una distratta esattezza più micidiale di un’accusa aperta e di un affondo analitico»[36]. Nel caso che abbiamo preso in esame si tratta di tutta quella vacuità che ruota intorno ai prodotti e agli ambienti culturali, ma pure della seriosità associata a un certo modo di guardare alla Storia solo attraverso le vicende dei “grandi” personaggi e dei “grandi” eventi. E a proposito del desiderio di uscire dagli spazi angusti dei luoghi comuni, un altro topos affrontato comicamente da Cavazzoni è l’amore, rappresentato soprattutto attraverso relazioni in cui i maschi sono vittime delle donne: si pensi alla vicenda di Nestore e della “vaporiera” raccontata nel Poema dei lunatici (e confluita anche nella Voce della luna di Fellini); o, nelle Tentazioni di Girolamo, al rapporto tra il professor Natale e la fidanzata logorroica (i cui lunghi e vacui discorsi sono per lui –insonne– l’occasione propizia per riuscire finalmente ad assopirsi); o, ancora, al corteggiamento della diciannovenne Monica Guastavillani da parte del narratore della Storia naturale dei giganti: parodiando lo schema dell’uomo di studio seccato da vicende futili –già impiegato nelle Tentazioni di Girolamo–, Cavazzoni presenta qui l’amore non come un elemento nobilitante ma, al contrario, come una fastidiosa distrazione (evidente il rimando al prologo dell’Orlando furioso) vissuta per di più con estrema gelosia[37].

In conclusione, una scrittura come quella cavazzoniana, nata per non insegnare nulla e dedita ad una funzione di dissacrante abbassamento –prima di tutto nei confronti della stessa attività letteraria–[38], risulta efficacissima nel metterci in guardia contro ogni forma di sussiego. Come Cavazzoni aveva già scritto nelle pagine finali del Poema dei lunatici, per imparare a rifiutare ogni forma di presunzione, davvero inopportuna in questo palchetto su cui noi esseri umani ci muoviamo come attori disorientati senza copione, basterebbe anche solo volgere l’orecchio al «fischio del tempo»:

«Beh, ecco» poi continua abbassando la voce «io adesso posso rivelare un segreto, che tutti lo sanno alla fine; ma non se ne accorgono.
Il tempo si sente passare» e si ferma a guardarmi. «Io dico che il tempo si sente passare. Ma piano, pianissimo. Si sente appena appena. Quando non ci sono rumori. Allora il tempo fa come un fischio; ma è un fischio che vien da per tutto. Ad esempio si sente in cantina, e si sentirebbe a star sottoterra; o di notte, se è tardi. È un fischio che fa l’aria, e si sente non subito, ma a star fermi, dopo un po’. E credo che vuol dire che il mondo va avanti; o anche solo che il mondo è lì, già avviato, che gira.
E se ci metti l’orecchio, dentro a un bicchiere, si sente proprio quel fischio; però concentrato.
Questa è una cosa che, per conto mio, andrebbe fatta sentire ad esempio ai parlatori, e a quelli che ad esempio si stimano a star lì a proclamare il loro pensiero a destra e a sinistra. Io ci direi: senti il fischio del tempo! che lui non sa neanche chi sei!» (Il Poema dei lunatici, cap. 18 Sparisco io alla fine in un pozzo secco, pp. 283-284)

NOTE

NOTE
1 Sara Bonfili, Ermanno Cavazzoni tra comico e parodia, Roma, Aracne editrice, 2014, p. 58.
2 Monica Cipriano, Guazzabugli di pensieri, «L’Indice dei libri del mese», 1/4/2010.
3 Ermanno Cavazzoni, Il limbo delle fantasticazioni, Macerata, Quodlibet, 2009, p. 88.
4 Ibidem, p. 66. A una semiseria rassegna delle arti minime (come quella di «tirarsi il labbro inferiore fino a coprirsi il naso», o come «l’arte di gonfiare col fiato una borsa dell’acqua calda di gomma, fino a che scoppia») Cavazzoni ha dedicato un capitolo (Le arti minime) del suo Il pensatore solitario (Parma, Guanda, 2015).
5 Alberto Asor Rosa, Novecento primo, secondo e terzo, Firenze, Sansoni, 2004 (cit. in S. Bonfili, Ermanno Cavazzoni cit., p. 113)
6 «l’arte aderisce all’artista come l’arrampicarsi sugli alberi alla scimmia, la quale non concepisce si possa fare diversamente» (E. Cavazzoni, Il limbo delle fantasticazioni cit., p. 123).
7 Dopo la scomparsa del regista riminese, Cavazzoni ha curato la pubblicazione del Viaggio di G. Mastorna (Macerata, Quodlibet, 2008), la sceneggiatura di quello che è forse il più noto film mai realizzato della storia del cinema e che Fellini scrisse insieme a Brunello Rondi e Dino Buzzati (il cui racconto Lo strano viaggio di Domenico Molo aveva rappresentato lo spunto iniziale della storia).
8 Si cita dall’edizione edita da Guanda nel 2008. Il romanzo, uscito originariamente per Bollati Boringhieri (1987), era stato riproposto anche da Feltrinelli nel 1996.
9 Cfr. S. Bonfili, Ermanno Cavazzoni cit., p. 203: «La pluralità onomastica cavazzoniana è una delle tante prove dell’instabilità psicologica del protagonista, che in fondo si chiama come gli altri lo chiamano, e va dove gli altri lo conducono, mantenendo un’appannata memoria del perché delle proprie azioni e delle dimensioni delle proprie oscillazioni esistenziali».
10 Non c’è quindi in fondo molta differenza tra i romanzi veri e propri e le raccolte di racconti pubblicate da Cavazzoni: queste ultime –come Vite brevi di idioti (1994), Gli scrittori inutili (2002), Gli eremiti del deserto (2016)– presentano testi autonomi accomunati da un tema sintetizzato nel titolo. A tale proposito si veda questa dichiarazione dell’autore, che rivendica come in fondo tutti i romanzi, anche quelli classici, possano essere riducibili ad un insieme di racconti: «Anche un’opera che si può dire “l’essenza del romanzo” come Guerra e pace […] dal punto di vista della struttura, è un insieme di storie. Tutti, anche i grandi romanzi, come diceva Benedetto Croce, sono un insieme di trame. […] Un romanzo è un insieme di racconti più brevi, se si escludono quei generi come il giallo o il poliziesco, che devono avere una trama forte, per evitare di divagare, perché è il genere che vuole così e il lettore se lo aspetta. In genere tutti i grandi romanzi di tutti i tempi sono sempre delle storie intrecciate tra loro; alla fine c’è sempre una storia più semplice che va a costruire un’architettura più grande. È come se il racconto fosse alla base di tutto, proprio perché c’è una specie di tempo da inventare, le cose girano attorno a un episodio, e se uno ne mette un altro, si possono combinare. In fondo, è come se il racconto fosse il mattone, si può dire, di qualunque grande romanzo» (dall’intervista a Sara Bonfili pubblicata in appendice a Ead., Ermanno Cavazzoni cit., pp. 319-320).
11 La maggior parte della narrazione all’interno del romanzo è affidata alla voce dei vari personaggi (tra i quali non solo, come in questo caso, il narratore interno). Lo stesso accade anche nel successivo romanzo di Cavazzoni, Le tentazioni di Girolamo (1991).
12 Julio Ignacio González Montañés, Titivillus: il demone dei refusi, Perugia, Graphe.it, 2018 (Introduzione). Si confronti anche quello che Cavazzoni ha scritto a proposito dei microgrammi di Robert Walser (scrittore da lui omaggiato anche nel Limbo delle fantasticazioni cit., p. 27): gli scritti che l’autore svizzero ha vergato in calligrafia microscopica su carta già precedentemente usata avrebbero l’effetto di far perdere alla scrittura «quell’enfasi che di fronte al foglio bianco tendenzialmente avrebbe», non dando così importanza alcuna «al fatto arrogante dello scrivere» (Ermanno Cavazzoni, Sulla carta, in «Zibaldoni e altre meraviglie», 13/12/2006.)
13 S. Bonfili, Ermanno Cavazzoni cit., p. 55.
14 A questo proposito si veda quanto Cavazzoni dichiara nel capitolo conclusivo del suo Gli scrittori inutili (Milano, Feltrinelli, 2002), laddove identifica la biblioteca come uno dei vari luoghi –insieme a ospedali, caserme, uffici ministeriali e classi scolastiche– che fungono da probabile modello del purgatorio: «In conclusione sembra che l’attività spirituale del leggere sia sommamente malsana; e induca ad una più celere putrefazione dei corpi […] Tuttavia bisogna riconoscere che l’esperienza continuativa della biblioteca è in prospettiva un vantaggio per l’essere umano; perché prepara più profondamente al cimitero e alla morte; ossia prepara in una certa maniera all’aldilà. Infatti posso asserire che il purgatorio, se c’è (ed è probabile), somiglia molto, moltissimo, ad una biblioteca antiquata. Lo si può descrivere: è un luogo un po’ triste, molto vasto, rivestito di legno; con luce scarsa e artificiale; dove appunto si va per emendarsi. Si sta seduti ad un tavolo, per secoli, con altri derelitti, coi quali però non si parla. Mai. Vietato. E dai quali promana un odore leggero di cadaverina, e di fumo di sigaretta, indelebile. In genere in purgatorio si sta lì e si aspetta un libro; non si sa quale con precisione. Perché in purgatorio non si ha molta memoria. Si può aspettare per anni. E aspettare fa bene allo spirito; toglie tutta l’ansia e la frenesia della vita moderna; e avvia alla temperanza» (pp. 179-180). Secondo Sara Bonfili (Ermanno Cavazzoni cit., p. 118) altri luoghi associati da Cavazzoni al purgatorio sono le case editrici, le città, le stazioni, le spiagge e i programmi televisivi.
15 Ermanno Cavazzoni, Le tentazioni di Girolamo, Torino, Bollati Boringhieri, 1991, Capitolo B (Cavazzoni usa le lettere dell’alfabeto per numerare i capitoli della vicenda principale; ad essi se ne alternano altri –denominati Fogli, numerati da 0 a 8 e dotati di un titoletto– che corrispondo alle pagine che il protagonista Girolamo riesce con grande fatica a leggere dai vari brandelli di libri che gli capitano sottocchio in biblioteca).
16 E tra le altre parti davvero esilaranti del romanzo si segnalano le vicende del professor Natale, sedicente insonne, o quelle del direttore della biblioteca Perbeni, che passerebbe le sue nottate a fare invenzioni per poi scoprire con sconforto che sono tutte già state inventate. E sorprendente è il capitolo I retrogadi, in cui –secondo un «classico ribaltamento carnevalesco: la vita che inizia dalla morte, dalla vecchiaia verso la giovinezza di ogni specie vivente; le malattie che si curano con i sintomi […], gli orifizi del corpo e le loro funzioni che si ribaltano, e così via» (S. Bonfili, Ermanno Cavazzoni cit., pp. 219-220)– vengono descritti i presunti abitatori dell’aldilà.
17 E nel Capitolo T (a p. 163) Girolamo avanza pure l’ipotesi che questo stesso Vincenzo Gallo possa essere autore di beffarde interpolazioni. Di tale personaggio vengono anche raccontate (Capitolo U) le abilità virtuosistiche di cui faceva mostra da giovane, ovvero prima di mettere su peso e diventare impiegato in biblioteca: egli era infatti in grado di nascondersi in qualsiasi modo e di liberarsi incredibilmente in ogni possibile situazione; e alle sue abilità da contorsionista si sommavano quelle da illusionista e prestigiatore, così come la sua portentosa capacità di offrire col suo corpo ospitalità ad un numero incredibile di animali.
18 «qui i libri non sono mai interi, non si sa di cosa parlano, sono parole a caso che confondon la gente, e chi li ha scritti voleva solo darsi un po’ d’arie» afferma per esempio un personaggio di nome Bisolfo incontrato dal protagonista (Capitolo Q, p. 140).
19 Si vedano per esempio le scuse addotte da Accetto quando al protagonista portano un libro diverso da quello richiesto, e per di più con le pagine ancora unite (Capitolo C, pp. 28-32)
20 Si veda anche quanto Cavazzoni narra nel racconto n°21 (Lamento della stalla) del suo Gli scrittori inutili (Milano, Feltrinelli, 2002), in cui gli scrittori sono descritti come gente chiusa «in casa perennemente sotto la luce artificiale, dove perdono in poco tempo la sanità cerebrale e divengono egocentrici e pallidi come vermi intestinali, senza motilità, senza una vita d’affetti, e soprattutto ruffiani, carogne e falsi» (p. 80). Nello stesso volume si veda anche il racconto conclusivo (n°49 Ipertrofia scritturale) nel quale si descrive il fenomeno per cui «In certe epoche della storia sociale gli scrittori aumentano talmente di numero che vengono a costituire la totalità della popolazione» (p. 172).
21 Si cita dall’edizione Feltrinelli del 2002 (il testo è stato poi riedito da Guanda nel 2010). Questa raccolta ha una struttura tipicamente oplepliana: ciascuno dei 49 ritratti di scrittori è frutto della combinazione tra i 7 peccati capitali e 7 «evenienze» (come le chiama Cavazzoni nelle iniziali Avvertenze per l’uso del libro): scuole, famiglie, angherie, speranze, fantasmi, vagabondi, demenze. Ogni sette ritratti è poi intercalata una lezione (per un totale di 7) rivolta ad un aspirante scrittore allo scopo di fargli apprendere uno dei 7 vizi capitali (quest’ultima parte era già stata edita come testo a sé nel 1993 con il titolo di Un anno di peccato. I sette vizi capitali, Modena, Panini). Per quanto riguarda la partecipazione di Cavazzoni all’Op.Le.Po. cfr. S. Bonfili, Ermanno Cavazzoni cit., pp. 92-93.
22 Anche nel suo testo di poetica Il limbo delle fantasticazioni Cavazzoni, respingendo ogni criterio di classificazione dei prodotti artistici, afferma che «i critici non hanno neppure l’ombra della legittimità» e si domanda: «chi li ha nominati?» (p. 17).
23 A questo riguardo si veda anche la citazione nel Limbo delle fantasticazioni (p. 30) dell’incipit di Novecento di Alessandro Baricco –che con la Scuola Holden è stato tra i primi fondatori di una scuola di scrittura in Italia– come esempio di cattiva scrittura.
24 Si vedano, per esempio, i racconti n°41 Lettere a scrittori e n°46 Cooperativa a pagamento.
25 Sul valore inibente delle poetiche, e in particolare di quelle prodotte dalle avanguardie, si veda questa dichiarazione di Cavazzoni rilasciata a Luciano Nanni e riportata nella già citata monografia di Sara Bonfili (Ermanno Cavazzoni cit., p. 66; originariamente in Il corpo narrante. Incontro con Ermanno Cavazzoni, intervista a cura di Luciano Nanni, in «Parol – Quaderni d’arte e di Epistemologia», 14/1998): «Ecco, il guaio di queste scuole di letteratura o di pittura, era che hanno prodotto in prevalenza teorie e intenzioni […]. Ma i testi nati da queste riflessioni erano scarsi, molto scarsi, o erano molto (a me viene da dire) artificiali, fatti sulla base di un programma».
26 Si vedano i racconti n°1 Bambola gonfiabile (dove si denuncia la vanità degli scrittori: «Gli scrittori sono vanitosi; da vecchi soprattutto sono vanitosissimi»: p. 13) e n°10 Il presente fuggente.
27 Si vedano i racconti n°4 Scrittori in disuso, n°11 Paul Manzanieri e n°38 Ammezzato delle case editrici, dove si trova questo passaggio: «Le case editrici hanno interesse ad appropriarsi degli scrittori e renderli docili. Per fare questo prima li esaltano poi li deprimono, finché gli scrittori hanno voglia di farsi frate, o in subordine hanno voglia di un po’ d’ospedale» (p. 136). Sullo stesso tema si veda anche l’apologo Le case editrici contenuto in Storie vere e verissime (Milano, La Nave di Teseo, 2019).
28 Anche Vite brevi di idioti (ristampato varie volte da Feltrinelli e più recentemente riproposto da Guanda) presenta una struttura interessante: come precisa l’autore nella prefazione Al lettore, i 31 racconti qui raccolti vorrebbero riprodurre «il calendario di un mese» in cui «ogni giorno porta la vita di una specie di santo». Si può notare come i testi multipli di 7 (ovvero i n°7, 14, 21 e 28) siano tutti dedicati alle vicende di speciali categorie di suicidi (rispettivamente Sucidi lavorativiSuicidi con erroreFalsi suicidiGli amanti suicidi): si tratta forse di un’allusione all’Inferno dantesco in cui i suicidi sono puniti in uno dei gironi del Cerchio VII.
29 E cfr. anche p. 71: «Come mai ci sono tanti dipendenti di case editrici che diventano improvvisamente scrittori? La risposta è facile: perché si appropriano di quello che non è loro, specie se è di valore». Parlando di uno dei suoi libri più felici, La valle dei ladri (Macerata, Quodlibet, 2014; pubblicato originariamente presso Einaudi nel 1999 col titolo Cirenaica), in cui si descrivono le imposture e le azioni teppistiche degli abitanti del Bassomondo, Cavazzoni ha dichiarato –intervistato da Cesare Sughi su «Il Resto del Carlino»– che «Forse anche nel mestiere di scrittore c’è qualche cosa di truffaldino».
30 Si cita dalla prima edizione pubblicata da Guanda nel 2007. Recentemente il testo è stato riproposto –con modifiche e aggiunte– da Quodlibet.
31 L’elogio di una concezione non rigida della storia e l’esaltazione dalla cosiddetta storia controfattuale («È bellissima la storia controfattuale, fatta di se ipotetici; gli storici si sentono offesi e non la ammettono»), considerata più idonea alla letteratura («uno scrittore che inventa deve concepire la storia come fosse di gomma»), è fatto da Cavazzoni anche nel primo capitolo (La storia pressappoco) de Il pensatore solitario.
32 E si dice anche che «non hanno smesso le loro scritture» (p. 111), ma le hanno per così dire trasferite nella natura: la cronaca di quello che succede è depositata nei segni che si possono leggere negli elementi naturali.
33 La stessa idea di grande impostura e finzione generalizzata è alla base del già citato La valle dei ladri. E si veda anche questa dichiarazione contenuta nel racconto Avventure con Celati dalla raccolta Storie vere e verissime: «c’è solo il niente, per cui questa terra è come un palchetto di teatro ben illuminato, e attorno buio, non si sa da dove li prendono gli attori, noi attori; tutt’ad un tratto ci siamo trovati su questa scena, esposti alla luce, immersi in questo mare di onde elettromagnetiche e sottoposti alla forza di gravità, lo spettacolo sembrava già avviato; si noti che non si sa il titolo, la trama, non si sa se ci sono spettatori, né chi l’ha allestito».
34 Su questa vicenda relativa a Garibaldi Cavazzoni torna in uno dei capitoletti del suo Il pensatore solitario, dal titolo Il milleunesimo garibaldino (uscito originariamente sulla «Domenica» del Sole24ore del 18/12/2011). Qui Cavazzoni riferisce come alcuni dei Mille (come Cesare Abba o Giuseppe Bandi), ma anche lo stesso Garibaldi e Alexandre Dumas, raccontino che uno dei volontari per due volte (o tre, secondo Dumas) si sarebbe gettato in mare in conseguenza dell’aver scoperto delle gravi falle nell’organizzazione della spedizione. E, giunti in Sicilia, sarebbe stato consegnato al Sindaco di Salemi e «chiuso nella casa dei mentecatti».
35 «Dice: “Che stupido! sono uno stupido; avevano ragione gli altri undici apostoli, bisognava cercare di ridere, di far degli scherzi, e accontentarsi. Bisognava continuare così. Perché in fondo poi si poteva star bene: chiacchierare, viaggiare, conoscer la gente, mettere insieme ogni tanto un bello spettacolo, per far degli incassi; e lasciare quelle sue fantasie a Gesù”» (E. Cavazzoni, Il Poema dei lunatici cit., cap. 18 Sparisco io alla fine in un pozzo secco, p. 279).
36 Matteo Marchesini, Cronache dal Bassomondo, «Il Foglio», 6/9/2014.
37 E man mano che il libro procede, le parti dedicate al rapporto con la giovane Monica occupano sempre maggiore spazio rispetto ai capitoli consacrati alle ricerche del narratore sui giganti: verso metà del testo appaiono i primi capitoli che, pur intitolati come i precedenti ai giganti, sono interamente occupati dalle faccende sentimentali. A tale proposito Sara Bonfili osserva, opportunamente, che il libro «si sviluppa in una metamorfosi di genere, dal trattato al diario» (S. Bonfili, Ermanno Cavazzoni cit., p. 236).
38 «Si pensa generalmente che la letteratura debba avere una funzione d’insegnamento, che le cose scherzose o parodiche siano un genere di seconda categoria. Io penso l’opposto, penso che nella tradizione, almeno quella italiana, la letteratura più bella sia quella comica, dei poemi cavallereschi» (così Cavazzoni nell’intervista a Sara Bonfili pubblicata in appendice a Ead., Ermanno Cavazzoni cit., pp. 316-317).

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