I tremelli di Boris Vian: “L’arrache-cœur” (1953) e le sue traduzioni italiane

LETTERATURA, FILOLOGIA E TRADUZIONE

Ultimo dei romanzi pubblicati in vita dallo scrittore francese Boris Vian (1920-1959), che lo aveva concepito come prima parte di una possibile trilogia, L’arrache-cœur –uscito nel 1953– venne all’epoca completamente ignorato dalla critica e dal pubblico, probabilmente a causa della sua originalità troppo in anticipo sui tempi[1]. Si tratta in effetti di un testo in cui, oltre a far sfoggio di una grande inventiva linguistica di matrice surrealista, Vian intreccia audacemente la descrizione di una maternità morbosamente soffocante con altri temi che danno alla narrazione una connotazione allegorica. 

1. La storia è quella dello psicanalista Jacquemort che giunge in un villaggio di campagna caratterizzato da un assurdo livello di brutalità, come dimostrano i vari episodi di cui sono protagonisti gli abitanti: una fiera in cui vengono venduti anziani; un falegname che maltratta il suo giovane apprendista fino ad ucciderlo; la ferocia della folla dei fedeli che assiste alla messa, arrabbiati con il curato perché pretendono da lui che interceda presso Dio per favorire la pioggia; un cavallo crocifisso da un gruppo di contadini perché «ha peccato»[2]; un ruscello rosso in cui la gente getta «le cose morte» (come una mano macchiata di inchiostro appartenente a un ragazzo che si era rifiutato di fare i compiti); la presenza di un individuo chiamato La Gloïre che –moderno capro espiatorio che si fa carico dei peccati altrui– è pagato «in vergogna e in oro» per ripescare con i denti gli oggetti lasciati nel suddetto ruscello. Arrivato nei pressi di una casa su una scogliera, Jacquemort vi trova una donna –Clémentine– in preda ai dolori del parto: sarà proprio lui, con l’aiuto di una cameriera (Culblanc), ad aiutarla a partorire e a dare alla luce tre gemelli (Joël, Noël e Citroën), mentre il neopadre, Angel, è costretto dalla moglie a restarsene chiuso in un’altra stanza sotto la minaccia di una pistola. Clémentine infatti «odiava la sua pancia ingrossata e non voleva che la si vedesse in quello stato».

La vicenda prosegue con Jacquemort che vorrebbe colmare il vuoto che sente dentro di sé cercando qualcuno da «psichiatrare»: il suo tentativo di penetrare i desideri e i pensieri più intimi degli altri allo scopo di provare un’identificazione è tuttavia destinato al fallimento; e da colei che aveva individuato come sua potenziale paziente, ovvero Culblanc, non ottiene altro che ripetitivi rapporti sessuali sempre nella stessa posizione[3]. Parallelamente assistiamo alla crescente nevrosi con cui Clémentine interpreta il suo ruolo di madre: se subito dopo il parto dichiara che non ha più «voglia di piacere a nessuno» né che vorrà più avere rapporti fisici col marito (che a un certo punto si costruirà una barca e si allontanerà da casa[4] ), la crescita dei figli la vede totalmente proiettata a sacrificarsi per loro e a proteggerli da qualsiasi possibile pericolo la sua immaginazione allucinata riesca ad elaborare[5]. La vediamo arrivare al punto di non nutrirsi d’altro che di cibi putrefatti per lasciare il meglio ai figli, oppure pulire con la lingua il sedere di uno di loro, secondo l’idea che maggiori erano i sacrifici che lei faceva e i tormenti a cui si sottoponeva maggiore sarebbe stato il suo amore per i figli (anche perché «dato che li amava, tutto quello che lei faceva non poteva far loro del male»). Il suo desiderio paranoico di difenderli e di costruire per loro «un mondo perfetto, un mondo pulito, gradevole, inoffensivo, come l’interno di un uovo bianco posato su un cuscino di piume» la porterà ad elaborare forme di protezione sempre più castranti; anche se i tre bambini sono segretamente dotati della capacità magica di volare, e sul finale si allude alla possibilità che potranno forse fuggire dalle gabbie dentro cui la madre li ha rinchiusi. 

2. Come già detto, oltre che per la trama e i suoi personaggi L’arrache-cœur si rivela degno di interesse anche per le invenzioni linguistiche di cui è ricco: come ha sintetizzato Claudia Mulas, il romanzo infatti «presenta un copioso inventario di neologismi, giochi di parole, arcaismi, cambi fonetici, forme dialettali, citazioni, falsa logica, e numerosi elementi dell’assurdo e dell’ironia». Si tratta pertanto di un’opera altamente sfidante per qualunque traduttore.

Per quanto riguarda la lingua italiana, tale sfida è stata raccolta negli anni ’90 da Gianni Turchetta, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università degli studi di Milano. Dopo aver tradotto un altro romanzo di Vian, L’Écume des jours [6], Turchetta si è messo al lavoro su L’arrache-cœur: la sua traduzione, intitolata Lo strappacuore, è stata pubblicata da Marcos y Marcos nel 1993 e poi riproposta dallo stesso editore nel 2009 e nel 2022[7].

Come dichiarato dallo stesso traduttore, i suoi sforzi si sono indirizzati a creare una versione che fosse il più fedele possibile al testo francese, cercando di rendere le specificità linguistiche dell’originale e di riprodurre l’atmosfera stilistica scelta da Vian. Il risultato è decisamente ammirevole: a trent’anni di distanza, la traduzione di Turchetta permette ai lettori italiani di apprezzare in pieno la vivacità della lingua di Vian e di cogliere lo spirito iconoclasta della sua produzione letteraria. 

Quella di Turchetta ha del tutto soppiantato una precedente versione italiana pubblicata da Rizzoli nel 1965 per opera del francesista Augusto Donaudy (1910-1982) col titolo Lo sterpacuore[8]. Oltre ad essere priva di alcuni episodi del testo originario per effetto di censura[9], la traduzione di Donaudy non si sforza di rendere la creatività linguistica del romanzo di Vian (fatta eccezione per la bella resa del titolo). Ecco allora che la maggior parte dei neologismi de L’arrache-cœur sono resi con parole attestate in italiano[10], o mantenuti identici –con lievi adattamenti grafici– al testo francese[11].

3.  Si passeranno ora in rassegna le soluzioni adottate da Gianni Turchetta di fronte ai passaggi linguisticamente più originali del romanzo di Boris Vian. In primo piano emergono i molti neologismi coniati dall’autore francese: si tratta quasi sempre di parole-macedonia (ottenute, cioè, dall’unione di due parole); la maggior parte di esse riguardano nomi di piante:

confusacche (confondere + vacche) per broillouse (brouiller + bouse[12] )

buceramni (bucerotidi[13] + amnio) per calaïos (calao + amnios)  

olmandorli (olmi + mandorli) per ormande (orme + amande)

sognòle (sogno + ?) per rêviole (rêve + foliole/pétiole/corolle?)

gardelie (gardenie + camelie) per garillias (gardénia + camélias)

sirti per sirtes (probabile gioco grafico sulla parola Syrtes)

maggiangeli (maggio + angeli) per mayanges (mai + anges) 

sorbomarino (sorbo + rosmarino) per cormarin (cornier + romarin)

cannodii (canna + odii) per cannaïs (canna + haï)  

sensiarie (senso + -arie) per sensiaires (sens + -aire)

scappareggia (scappare + santoreggia/scoreggia) per sarlipète (sarrette/sarriette + lit + pète) 

rompigliole (rompimento/rompicoglioni? + viole) per arioles (aria[14] + violes)

malortiche (male + ortiche) per malorties (mal + orties)

cerca-guai per fouille-pétrin[15]

Tali neologismi possono essere accostati ai molti nomi tecnici di piante (come bécabungasainfoinépine-vinette, irisdracœna) e animali (eidersarapèdescloportes, cancrelats[16], pivert) utilizzati da Vian e che – in un paio di casi– Turchetta ha reso con dei calchi non attestati in italiano (dando quindi vita ad ulteriori neologismi[17]).

Invenzioni originali di Vian sono inoltre i nomi dei mesi che, da metà romanzo in poi, situano la vicenda in un calendario fantastico: giuglio (juinet), giugnosto (juinout), gemprile (janvril), febbrugno (févruin), aprosto (avroût), lugliembre (juillembre), ottembre (octembre), nobbraio (novrier), diciarzo (déçars), marzuglio (marillet). Come si vede, anche in questo caso abbiamo a che fare con parole-macedonia. 

Ci sono poi altri neologismi non legati a un particolare ambito semantico e che, a partire dal titolo, Turchetta si è sforzato di rendere in italiano:

strappacuore per arrache-cœur[18]

tremelli (tre + gemelli) per trumeaux (tri + jumeaux)

piutosgnappa (piuttosto + sgnappa[19] ) per ploustochnik (plutôt + schnick[20]

sta lavandando per en train de lavander[21]

psichiatrare per psychiatrer (da psychiatre)

vibriose (vibrione + ventose) per vibrouzes (vibrion + ventouses) 

sputasangue per crache-sang

treoclock (tre + o’clock) per troizocloques (trois + o’clock)

stralusso piùsso (più + lusso) per rabiuxe (rabiot[22] + luxe) e pluxe (plus + luxe)[23]

bussate per toquements (deverbale da toquer

si disincastrò per se désenchevêtra (derivato da enchevêtrer)

traslugialla (traslucido + gialla) per translujaüne (translucide + jaune)

mormischiava (mormorare + fischiare) per chuinait (chuchoter + chuinter)   

gocciacquava (gocciolare + annacquare) per gouillait (goutter + mouiller) 

sciogliacquava (sciogliere + annacquare) per résouillait (résoudre + mouiller) 

vischiolava (vischio + scivolare) per gluissait (glu + glisser)

pomodargenti per pommes de sable[24]

gabbiòdole (gabbiano + allodole) per maliettes (mouette + alouettes)

macrobo per crobe[25]

Le sole invenzioni lessicali di Vian a cui non corrispondono neologismi nella traduzione italiana sono lavanderie (da lavandière) che Turchetta rende con lavanderiase solaçaient (dall’inglese to solace) reso con si sollazzavano; e répétitoires (deverbale da répéter) che in italiano diventa di ripetizione.

Vian impiega inoltre alcuni termini molto rari in francese la cui originalità viene per così dire addomesticata nella versione di Turchetta: gravelés (reso con di ghiaia), girer (girare), génuine (tipico), s’enfoirait (s’insozzava[26] ). 

4. Per quanto riguarda i nomi propri, Turchetta li rende tutti in italiano: Giacomorto (Jacquemort), Clementina (Clémentine), Angelo (Angel), Culobianco (Culblanc), Bianca (Blanche), Maria (Marie), Caramellina (Caramélie), Lallodolo (Lalouët[27]), Cristiano (Chrëtien), Nofero (Nüfère), Adele (Adële), Nasorosso (Nëzrouge), Belmusetto (Dumuzo[28]), Pestappera (Poirogale[29]), Giovanni (Jean), Andrea (André).

Fanno eccezione i nomi dei tre bambini (JoëlNoël e Citroën), così come i nomi alternativi proposti per loro dal padre (AzraëlNathanaëlArielPrunël): come spiegato dal traduttore in nota, questa scelta è motivata dal fatto che «era impossibile tradurre questa serie di nomi e conservar loro le necessarie rime e assonanze»[30].

5. L’impegno e l’abilità del traduttore si evincono in particolare in quei casi in cui si è sforzato di non perdere i giochi di parole e di suono del testo originale. Si veda la seguente casistica:

dove l’apprendista attizzava uno dei fuochi della forgia a furia di colpi di mantice per où l’apprenti poussait un feu de forge à grand renfort de coups de soufflet. Turchetta sembra essersi sforzato di riprodurre l’allitterazione del suono f della frase francese.

– Sì, lo so, il ritorno alla madre, madre-mare, se non è zuppa è pan bagnato per Je sais, le retour à la mère, la mer, le même tabac (dove Vian gioca sull’omofonia tra mère mer).

E quella strada gli risultava più corta; tutta già nota palmo a palmo (palmi di strada, mica delle mani) per Et raccourci se trouvait ce chemin; pieds connus, pas dejà faits (pas de marche et non de négation). Come osservato da Claudia Mulas«riconoscendo l’intraducibilità della frase, Turchetta ne riprende il parallelismo giocando con il termine palmi […] e chiarisce l’obbligo della sua sostituzione con una nota a piè di pagina in cui spiega la facilità con cui Vian abbia potuto giocare con il termine pas dal duplice significato di “passi” o “passo”, ma anche avverbio di negazione, che gli consente di creare una parentesi che suona letteralmente come “passi di marcia, non di negazione”».

maneggiò lo scalco per maréchala le ferrantscalcò il maneggione per ferranta le maréchal. Turchetta riprende qui il gioco di Vian che ha trasformato in forme verbali le due parti della parola maréchal-ferrant “maniscalco”[31].

alcune delle quali sembravano acconce (o sconce) a far arrossire un domenicano per dont certaines semblaient propres (ou sales) à faire rougir un dominicain. Vian gioca qui con la doppia accezione del francese propres (“propri” ma anche “puliti”). Turchetta riesce a ribadire il gioco in italiano impiegando acconcio (che può significare sia “idoneo, adatto, disposto” sia “appropriato, conveniente”). La stessa soluzione era stata adottata da Donaudy.

Ho solo fatto un pocolino di pisciolina per J’ai juste fait un tout petit peu pipi. Turchetta cerca di rendere sia l’allitterazione della p[32], sia la ribadita diminutivizzazione della frase francese.

-può screpolare la terra, colmare i crepacci, far crepare i corvi per elle peut raviner les champs, combler les ravins, ravir les corbeaux. La paronomasia raviner-ravin-ravir è mantenuta in italiano attraverso i termini screpolare-crepacci-crepare; e lo stesso dicasi dell’allitterazione tra combler corbeaux (colmare e corvi).

Ma bianco non è. Nero nemmeno, a dire il colore come faremo? a rendere C’est pas blanc. C’est pas noir, c’est en quoi? La traduzione di Turchetta crea un’assonanza tra nemmeno faremo che riproduce quella tra noir quoi del testo francese.

Ovviamente in alcuni casi risulta impossibile mantenere nella lingua di arrivo i giochi di parole dell’originale. È quanto accade, per esempio, in un dialogo tra Jacquemort e Angel (Parte 2, cap. VI) in cui Vian sembra giocare con le parole bateauradeau, beau e eau. In italiano è parzialmente salvato solo il gioco tra beau eau (che diventano bella e acquerello). 

6. Altrettanto ammirevole è lo sforzo di Turchetta nel rendere le diverse sfumature diastratiche presenti nell’originale. Si vedano, per esempio, le numerose espressioni colloquiali messe in bocca al personaggio di Culblanc: 

Mi chiamo Culobianco, signò per J’m’apelle Culblanc, m’sieur

Mo’ la vado a cercà per J’m’en vais en chercher un

Posso mica rovinarlo per Faut pas que je l’abîme

Non ci ho il coraggio per J’ose pas

Pure se non ci ho manco il tempo di sentire niente per Même que j’ai pas le temps de rien sentir

Sono mica venuta per fare ’sta roba per Je suis pas venue pour ça

‘Sta roba noi non sappiamo neanche che cosa sia per On connaît pas ça, chez nous

Forme analoghe si ritrovano nelle parole di altri personaggi, come il maniscalco (lui ci viene mica? per I peut pas venir?; Non ci ho nessuna signora per N’ai pas); la sua cameriera (Ci avrò pure il diritto di leggere per J’ai bien l’droit d’lireÈ vero che lei tornerà ancora per psi… cosarmi per Vous reviendrez encore me psy…choser); o l’apprendista taglialegna (Ecchennesò per J’sais pas).

E si vedano questi altri casi: 

Non riesce proprio a digerirla? a tradurre la locuzione popolare Vous en avez gros sur la patate?[33]

pareva proprio una burina per elle avait tout juste l’air péquenaud

«Sì, la tua roncola» disse Citroën tutto goduto per la parola nuova per Qui, ta serpe, dir Citroën en se délectant du mot (in francese l’uso pronominale del verbo se délecter è classificato come familiare). In questo caso Turchetta fa sfoggio di un’espressione regionale: l’uso del participio goduto col significato di “contento” è infatti un tratto regionale attestato in Piemonte[34].

e la gente gli spara un fracco di sassi sul muso per et ils lui flanquent des cailloux sur la gueule. Qui Turchetta adopera un settentrionalismo come fracco per rendere un’espressione colloquiale in francese[35].

mi scoccia venire per Ça m’ennuie de venir

Fischia, se è divertente per C’est amusant, hein

Altri termini colloquiali presenti lungo il romanzo sono boniche, che in italiano diventa camerierinagodasses cröquenots (“scarpe”), entrambi resi da Turchetta con peppesalopiots (per riferirsi ai tre gemelli), reso con tipiniporcellini o cosivous rouler, tradotto con infinocchiarla[36]bistouille (“acquavite di bassa qualità”), che in traduzione diventa un vinello alle polverine[37]grouiller, a cui corrisponde l’italiano spicciare[38]

Infine si vedano i termini regionali charreton gnôle, che Turchetta traduce, rispettivamente, con carrettona e sniappa (grafia del veneto sgnapasgnappa, che indica la grappa).

7. Un’altra caratteristica della traduzione di Turchetta è l’uso di alcune espressioni di registro basso (comprese forme di turpiloquio): 

non gli ha impedito di darci dentro di brutto per il n’y était pas allé avec le dos de la Q.I.R.[39] (dalla prefazione elogiativa di Raymond Queneau che introduce il romanzo) 

lascia lavorare in pace questa vecchia zoccola e non ci rompa le palle per Laissez travailler cette vielle morue et foutez-nous la paix

chiaverò per vais troncher

cagone/cagoni per bouseux

testa di cazzo per sale con

chi se ne frega per je m’en moque

si trinca per se tapant [40]

fatte col culo per mal foutus

A questo riguardo si consideri che Gianni Turchetta ha dichiarato che uno dei rischi che gli sembra di aver corso nella sua traduzione de L’arrache-cœur è stato proprio quello di «volgere il registro stilistico verso il basso, di ottenere un effetto esageratamente colorito, soprattutto negli episodi dallo stile comico». 

Da questo punto di vista, la traduzione di Augusto Donaudy è decisamente più castigata; fanno tuttavia eccezione almeno un paio di casi in cui è Turchetta ad aver scelto un’opzione meno triviale: 

E adesso fila, vecchio merdoso! (Donaudy) / Cammina, barbagianni! (Turchetta) per File, viû chûin !

Della pace dell’anima, egregio signore, se ne fottono (Donaudy) / Caro signore, loro, della pace dell’animo, se ne sbattono! (Turchetta) per La paix de l’âme, Monsieur, il s’en foutent !  

8. In alcuni casi la traduzione di Turchetta tralascia delle frasi presenti nell’originale francese (e che si ritrovavano nella versione di Donaudy). È possibile che tali frasi mancassero nella versione de L’arrache-cœur impiegata da Turchetta, a meno che non si tratti di semplici refusi.

Clementina non si muoveva. Riposava perfettamente supina, gli occhi al soffitto. Due dei tipini erano alla sua destra, il terzo a sinistra. Un po’ di sole scorreva senza rumore sul bordo della finestra aperta. (Parte 1, cap. VI)Clémentine ne bougeait pas. Elle reposait toute plate, les yeux au plafond. Deux des bougres étaient à sa droite, le troisième à sa gauche. La nurse avait rangé la pièce. Du soleil coulait sans bruit sur le rebord de la fenêtre ouverte.
«Cammina, barbagianni!» disse Lallodolo dandogli una pedata che lo fece traballare. Il vecchio si mise in marcia a piccoli passi. (Parte 1, cap. XI)-File, viû chûin ! dit Lalouët en lui donnant un coup de pied qui le fit trébucher. Allez, les gosses, amusez-vous. Le vieux se mit en route à petits pas.
Uno dei porcellini cominciò ad agitarsi e assunse un’aria imbarazzata. Nella sua pancia ci fu qualcosa come un brusco rumore di capitomboli, e la faccina da scimmia si rilassò. «Su… Su…» disse Clementina. «È solo una colicuccia, mio bravo ometto». (Parte 1, cap. XIII)Un des salopiots commençait à remuer et à prendre l’air gêné. Il y eut dans son ventre comme un brusque bruit de degringolade, et sa petite figure de singe se décontracta. Clémentine souriait. Elle lui tapota le ventre. -Là… Là… dit-elle. C’est une petite colique, mon bonhomme. 
poi dentro di sé rivide sua moglie distesa sul tavolo della sala da pranzo e di nuovo il rossore, mutevole, gli colorò le tempie e la fronte. Nella rimessa c’era una quantità di segatura e di trucioli sufficiente a dormirci comodamente, e le notti erano tiepide. (Parte 2, cap. X)puis il revit en esprit sa femme étendue sur la table de la salle à manger et la rougeur mobile gagna ses tempes et son front. Il savait qu’il ne rentrerait plus chez lui. Il y avait assez de sciure et de copeaux dans le hangar pour qu’on puisse y dormir à l’aise et les nuits étaient tièdes.
Lo stesso gli ci volevano una decina di minuti perché gli tornasse la voglia. I passi del padrone, vicinissimi, fecero tremare il corridoio. (Parte 2, cap. XVI)Il fallait quand même dix minutes pour que l’envie revienne. Les femmes n’ont aucune délicatesse. Les pas du patron, tout proches, ébranlèrent le couloir.
Attraversò rapidamente la baietta ciottolosa e raggiunse Giacomorto. «Resti così, con le scarpe in mano» disse Angelo. (Parte 2, cap. XVII)
Il traversa rapidement la petite crique de galets et rejoignit Jacquemort. Celui-ci se sentait serré.– Restez pas comme ça, avec vos souliers à la main, dit Angel.
Poi, i due ramponieri, alla massima velocità consentita dalle loro gambe, riguadagnarono il rifugio e sparirono. Il ciuffo di foglie del dattero cominciò a fremere, (Parte 3, cap. XVII)Et puis les deux harponneurs, de toute la vitesse de leurs jambes, regagnèrent l’abri et disparurent. Les apprentis se tassèrent à l’entrée, près des réchauds. La touffe de feuilles du dattier se mit à frémir
E poi, un’altra volta, il suo sguardo andò a sbattere contro quello della signora che stava uscendo di nuovo e Andrea disse arrivederci signora, e si avviò, curvo sotto il pesante martello. «Come ti chiami?» (Parte 3, cap. XXX)Et puis, de nouveau, ses yeux se heurtèrent à ceux de la dame qui ressortait et il dit au revoir madame, et se mit en marche, courbé sous le lourd marteau. Comme il arrivait à la porte, une voix le retint.– Comment tu t’appelles?

9. Da ultimo si presentano alcune scelte traduttive che non risultano pienamente comprensibili:

-Parte 1, cap. XV: Era perfettamente rasato e i lunghi capelli biondi per Il était entièrement rasé et ses cheveux blancs et longs

-Parte 1, cap. XVII: «Lo possiamo fare anche adesso, prima d’andare a messa…» disse, piena di speranza per On peut pas faire ça maintenant, avant d’aller à la messe…dit-elle pleine d’espoir[41]

-Parte 2, cap. XVI: più eccitato dall’insieme per plus excité du tout[42]

-Parte 2, cap. XVI: Resti così, con le scarpe in mano[43] per Restez pas comme ça, avec vos souliers à la main[44]

-Parte 3, cap. VII: E a una sola voce tutti i chierichetti esclamarono, stracontenti: «Il curato bara! Viva il curato!» per Et d’une seule voix, tous les enfants s’exclamèrent, très contents: – Il triche ! Vive le curé ! [45]

-Parte 3, cap. XXIII: Joël, per cambiare in fretta, si mise infine a correre per riprendere gli altri per Joël, pour changer du vol, se mit à courir afin de rattraper les deux autres[46]

Naturalmente questi pochi esempi non inficiano la qualità della versione italiana de L’arrache-cœur realizzata da Gianni Turchetta, di cui si è qui voluto evidenziare la grande capacità di trasferire in un’altra lingua l’esuberanza linguistica di Boris Vian.

NOTE

NOTE
1 Così Gilbert Pestureau, Préface a Boris Vian, L’arrache-cœur, Paris, Librairie generale française, 1992, pp. 7-12, a p. 11.
2 Se non diversamente specificato, le citazioni in italiano dal romanzo sono tratte dalla traduzione di Gianni Turchetta: Boris Vian, Lo strappacuore, Milano, Marcos y Marcos, 2009 (la prima edizione con la traduzione di Turchetta risale al 1993).
3 La cameriera arriverà a confessare allo psicanalista che il suo desiderio di essere sempre penetrata da dietro è dovuto al fatto che era stata così abituata dalle prime esperienze avute col padre (che la costringeva a quella posizione perché sosteneva di non avere il coraggio di guardarla in quanto troppo brutta).
4 Dopo l’allontanamento del marito, Clémentine diventerà oggetto delle attenzioni sessuali del maniscalco, ma senza che tra i due avvenga alcun rapporto fisico: il maniscalco ha infatti costruito una sorta di androide con le fattezze della donna, e ogni volta che lui si sollazza con questa replica anche Clémentine è preda di un’estasi erotica da cui si risveglia completamente inconsapevole.
5 Si tratta di un elemento che Vian ha forse attinto in parte dalla sua biografia: sua madre, «prudente all’ennesima potenza», era infatti solita anticipare «la minima corrente d’aria, il minimo incidente di percorso, spesso attentando alla libertà di chi la circonda[va]» (Valère-Marie Marchand, Boris Vian, Roma, Giulio Perrone, 2020, p. 22). Anche perché Vian era sofferente sin da giovane di crisi reumatiche e di un’insufficienza aortica, motivo per cui veniva attentamente sorvegliato dalla madre e spesso privato della possibilità di socializzare con gli altri bambini.
6 Boris Vian, La schiuma dei giorni, Milano, Marcos y Marcos, 1992.
7 Tuttavia, solo la prima edizione contiene alcune note (16 in tutto) nelle quali Turchetta si soffermava sia a chiarire alcuni riferimenti del testo poco perspicui, soprattutto per il lettore italiano: un esempio su tutti è l’impiego da parte di Vian della grafia merdre invece di merde (“merda”), spiegabile come citazione dell’Ubu re di Alfred Jarry (autore di riferimento del Collège de Pataphysique di cui Vian fu membro dal 1952); sia a delucidare alcune scelte di traduzione. Dalla testimonianza del traduttore apprendiamo che «quello delle note sarebbe dovuto essere […] un corpus più robusto, almeno cinque volte tanto quello pubblicato» e che è stato invece limitato per scelta dell’editore (che poi ha purtroppo deciso di eliminarlo del tutto nelle edizioni successive).
8 In realtà, dietro questo titolo, tale edizione contiene anche una traduzione de L’Écume des jours.
9 Mancano, per esempio, i passaggi più crudi dell’episodio della fiera dei vecchi (Parte 1, cap. XI), così come alcuni dettagli dei rapporti sessuali tra Jacquemort e Culblanc (Parte 1, capp. XVII, XIX; Parte 2, cap. XI) e la scena di Clémentine che pulisce con la lingua il sedere di Joël (Parte 3, cap. XIV). Inoltre talvolta non si ritrovano alcune delle espressioni più volgari adoperate da Vian, come dimostrano questi due esempi tratti dal cap. VII della Parte 3: che arrostiranno eternamente nell’inferno su miseri fuochi di carbone di legno, di torba e persino di segale, se non addirittura di erba secca (Turchetta: che arrostiranno in eterno nell’inferno su miserabili fuochi di carbone di legna, di torba e anche di cacca di cammello, se non addirittura di erba secca); Dio vi guarda e ha vergogna di voi…(Turchetta: Dio vi guarda, cagoni, e si vergogna di voi…).
10 Come brunella (per broillouse), trigemini (per trumeaux), vibrioni (per vibrouzes), foraggio (per sarlipète), tisico (per crache-sang), sgrovigliò (per désenchevêtra), tranlucida gialla (per translujaüne), Sibilava. Sbeffeggiava. Inzaccherava (per Chuinait. Gouillait. Résouillait. Gluissait). In almeno un caso: –trogloditica poppata a tradurre tétée de troizocloques– ciò porta a una traduzione del tutto incoerente.
11 È il caso, ad esempio, di plustoschnik (per ploustochnik), ormade (per ormande), reviole (per rêviole), maiande (per mayanges), cormarino (per cormarin), cannais (per cannaïs), sensiere (per sensiaires), giugnetto (per juinet), giugnotto (per juinout), arapedi (per arapèdes), Perògalo (per Poirogale), maliette (per maliettes), crobo (per crobe), decarzo (per déçars).
12 Bouse significa “sterco”. L’elenco dei neologismi francesi de L’arrache-cœur è riportato in appendice in Boris Vian, L’arrache-cœur cit., pp. 220-222. Rispetto a tale elenco si è aggiunto il verbo chuiner, mentre si è eliminato bécabunga (che non è una creazione di Vian ma un nome di pianta attestato).
13 Famiglia di uccelli a cui appartengono i calao.
14 Aria, che in francese può avere più significati, è stato evidentemente interpretato da Turchetta nel senso di “seccatura”.
15 Augusto Donaudy, interpretando pétrin non nel significato di “situazione difficile, guaio” ma in quello di “madia”, traduce con frugamadìa.
16 Interessante il meridionalismo scarafoni usato da Turchetta per tradurre cancrelats, termine che indica un insetto americano (si parla infatti di cancrelats qui peuvent véhiculer des maladies coloniales). In Donaudy troviamo scarafaggi.
17 Si tratta di spinetta per rendere épine-vinette (pianta che in italiano è chiamata “crespino”: così la traduce Donaudy) e di ragnòpedi per arapèdes (molluschi corrispondenti alle italiane “patelle”). Un altro caso analogo, che non riguarda l’ambito vegetale o animale, è la resa del francese bruit de craquements con crocchiamento, termine quest’ultimo non attestato nei dizionari di italiano.
18 Tale neologismo figurava anche in un precedente romanzo di Vian, L’Écume des jours (1947): già nel tradurre questa opera Turchetta aveva adottato la soluzione strappa-cuore (con la lineetta che invece è stata eliminata nel titolo del romanzo successivo). Donaudy aveva impiegato, invece, estirpacuore.
19 Sgnappa è termine dialettale (di area veneta) che indica la “grappa”. Lo stesso termine era stato usato nel 1965 dalla traduttrice italiana di Herzog di Saul Bellow, Letizia Ciotti Miller, per rendere l’inglese booze.
20 In francese schnick indica una grappa di mediocre qualità.
21 Lavander, non attestato in francese, è ricavato da lavandière (“lavandaia”).
22 Rabiot in francese ha il significato di “razione supplementare” o di “resti, avanzi, rimasugli”.
23 Questi termini figurano in rima all’interno di un canto intonato da un coro di bambini per la loro prima comunione (Parte 2, cap. V).
24 Qui Turchetta ha inventato un termine che crea una tipologia di pomodori di serie B; in questo modo ha cercato di riprodurre in italiano il gioco del testo francese in cui l’originario pomme de terre (“patata”) è declassato in pomme de sable (alla lettera “pomodoro di sabbia”).
25 Bellissima soluzione di Turchetta per rendere l’effetto del francese crobe che –considerato microbe, con falsa etimologia, come la metà di crobe– equivarrebbe al doppio di un semplice microbo.
26 In questo caso l’equivalente francese è molto più forte: cfr. infra nota 40.
27 Da L + alouët, dove quest’ultimo sarebbe l’inesistente forma maschile di alouette (“allodola”).
28 Da museau (“muso”).
29 Da poire (“pera”) + gale (“peste”).
30 Boris Vian, Lo strappacuore, Milano, Marcos y Marcos, 1993, p. 32, nota 2.
31 Nella traduzione di Donaudy troviamo, rispettivamente, maniscalco il fabbro e fucinò il maniscalco.
32 Allitterazione che prosegue nella risposta del fratello: Tanto peggio (Tant pis).
33 Nella versione di Donaudy troviamo Ha il cuore gonfio?
34 Un altro piemontesismo presente nella traduzione di Turchetta è l’uso di neh in frase interrogativa (Chi lo crederebbe, neh) a tradurre l’interiezione hein (Qui croirait, hein). È una soluzione che Turchetta aveva già impiegato nella sua versione di L’Écume des jours (in cui troviamo Fa effetto, neh?).
35 Un altro caso di settentrionalismo adoperato da Turchetta si ha in Ce l’ha proprio su con me (a tradurre Elle est très montée contre moi). Sulle costruzioni verbali sintagmatiche come tipiche dell’italiano regionale di Lombardia cfr. Nicola De Blasi, Geografia e storia dell’italiano regionale, Bologna, il Mulino, 2014, p. 73.
36 Stessa soluzione adottata da Donaudy.
37 In Donaudy troviamo graspicella.
38 Stessa soluzione adottata da Donaudy.
39 La sigla Q.I.R. sta per cuillère. L’espressione «Ne pas y aller avec le dos de la cuillère» significa “agire senza moderazione”.
40 Se taper nel senso di “trincare” è attestato in Céline, autore in cui ritroviamo anche un altro dei termini gergali (s’enfoirer) che figurano in L’arrache- cœur. Céline è, dalla fine degli anni ’40, una delle letture predilette di Vian, che «si compiace di quella lingua sincopata, vivida, magmatica così simile alla sua» (V.-M. Marchand, Boris Vian cit., p. 204). Altro testo che ha influenzato l’attenzione di Vian per il linguaggio gergale fu il saggio di Yves Gandon, Cent ans de jargon ou de l’écriture artiste au style canaille, pubblicato nel 1951.
41 Cfr. la traduzione di Donaudy: “Non è roba che possiamo fare adesso, prima di andare alla funzione…” disse, colma di speranza.
42 Donaudy traduce niente più eccitato. Il fatto che Jacquemort, dopo essersi accoppiato con la cameriera del maniscalco, non sia più eccitato è coerente sia con quanto lui stesso le aveva detto subito prima («Dai smettila! […] Non ne posso più»), sia con quanto detto subito dopo (Lo stesso gli ci volevano una decina di minuti perché gli tornasse la voglia).
43 Nelle edizioni più recenti (2009 e 2022) della traduzione di Turchetta è caduto il congiuntivo esortativo e si legge Così, con le scarpe in mano.
44 Cfr. la traduzione di Donaudy: Non se ne stia così, con le scarpe in mano.
45 Si veda la traduzione di Donaudy: E, a una voce, tutti gli assistenti, gioiosi, esclamarono: “Il diavolo imbroglia! Evviva il pastore!”. Durante questo surreale match di boxe tra il curato e il suo sagrestano, con quest’ultimo ad impersonare il diavolo, i tre chierichetti sono gli assistenti del primo: è quindi naturale che essi facciano il tifo per lui e che accusino il suo avversario di imbrogliare. D’altra parte che quest’ultimo stia simulando di avere accusato un colpo molto doloroso per distrarre il curato è quanto viene rivelato subito dopo.
46 Donaudy traduce: Gioele, tanto per non volare sempre, si mise a correre per raggiungerli.

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