Una lettera autografa di Jean Cocteau conservata a Tortona

RIFLESSIONI, RISCRITTURE E ALTRO

1. Poeta, romanziere, drammaturgo, cineasta e pittore, Jean Cocteau (1889-1963) è stato una delle figure più note dell’avanguardia francese tra le due guerre mondiali. Amico e collaboratore di grandissimi artisti del calibro di Pablo Picasso, Igor Stravinskij, Eric Satie, André Gide, Sergej Djagilev, Edith Piaf, e membro –dal 1955– dell’Académie Française, Cocteau si è dedicato sin da giovanissimo alla poesia e alla narrativa, scrivendo anche testi per balletti; avvicinatosi a futurismo e cubismo, e ispiratore del surrealismo, dal secondo dopoguerra realizzerà anche alcuni importanti lungometraggi come La Belle et la Bête (1946) e l’Orphée (1950), che saranno di ispirazione per la Nouvelle Vague[1].

Non stupisce che una personalità così straripante abbia prodotto un ampio epistolario, in parte pubblicato anche in italiano[2]. Più inusuale è invece trovare esposta una lettera autografa di Cocteau in un ristorante di una cittadina di provincia come Tortona: stiamo parlando della Trattoria del Ciccio che, insieme all’albergo-ristorante Il Cavallino, occupa un’antica stazione di posta all’angolo tra Corso Giuseppe Romita e Via San Marziano.

L’albergo-ristorante “Il Cavallino” di Tortona (AL)

La lettera, datata 10 marzo 1956, fa mostra di sé, incorniciata, su uno dei lati di una colonna che si trova nell’atrio di ingresso del locale. A chi è indirizzata? E, soprattutto, come è arrivata a Tortona? A partire dalla trascrizione e dalla traduzione del documento si cercherà di rispondere a queste domande, pur nella consapevolezza che molti punti oscuri rimarranno irrisolti.

2. La lettera: trascrizione e traduzione

10 Mars 1956				Milly 
                                                        la Foret
                                                        Seine et Oise

Cher Monsieur

Hasard des montagnes de papier et des voyages 
(et des maladies) je trouve votre enveloppe 
à la campagne de Seine et Oise où je rentre après 
les neiges d’Engadine.
Vous savez quel culte j’ai voué à 
Pouchkine et d’autant plus fort que Pouchkine 
étant intraduisible, ce culte ne se base que 
sur son rayonnement mystérieux.
Mais nos amis doivent jouer à cache-cache dans 
une époque éprise d’erreurs.
Où vous joindre?

				Votre Jean Cocteau


10 marzo 1956			Milly 
                                                la Foret
                                                Seine et Oise

Caro signore, 

in maniera imprevista, in mezzo alle montagne di carta e ai viaggi 
(e alle malattie), trovo la sua busta
nella campagna di Seine et Oise, dove rientro dopo
le nevi dell’Engadina.
Lei sa quale culto io ho consacrato a
Puškin e, a maggior ragione Puškin
essendo intraducibile, questo culto si basa solo 
sul suo irraggiamento misterioso.
Ma i nostri amici devono giocare a nascondino 
in un’epoca appassionata di errori.
Dove raggiungerla?

			Vostro Jean Cocteau

3. All’epoca in cui verga questa lettera Cocteau ha quasi 67 anni e ha già alle spalle tutte le sue opere più importanti. La missiva è inviata dalla dimora che il poeta aveva acquistato nel 1947 a Milly-la-Fôret, immersa nella campagna a una cinquantina di km a sud di Parigi: questa casa, in cui Cocteau morirà nel 1963, è oggi la sede del museo La Maison de Jean Cocteau
Gli altri dati che emergono dalla lettera sono il fatto che Cocteau era appena rientrato dalla regione svizzera dell’Engadina, nella quale trascorse negli anni ’50 diversi inverni ospite dell’Hotel Suvretta di St. Moritz (di qui recandosi spesso a Sils-Maria in visita alla casa abitata da Nietzsche). 
Così come troviamo un riferimento al grande scrittore russo Aleksandr Sergeevič Puškin (1799-1837), verso il quale Cocteau nutriva una vera ammirazione. A tale riguardo nella primavera del 1937, in occasione della mostra parigina Pouchkine et son époque organizzata dal ballerino Serge Lifar per il centenario della morte di Puškin, e per la quale Cocteau aveva disegnato la locandina, così il poeta francese si era espresso a proposito del suo rapporto con lo scrittore russo:

Avez-vous lu Pouchkine ? Moi je ne l’ai pas lu et si j’ai accepté l’honneur que me faisait Serge Lifar en me proposant de dessiner l’affiche que vous pouvez voir sur nos murs, c’est que Pouchkine résume à mes yeux le prestige des poètes […] A moi, pour me convaincre, me suffisent sa silhouette élégante, sa haute cravate, ses favoris, ses boucles et son sourire de sorcier immortel.

[Avete letto Puškin? Io non l’ho letto e se ho accettato l’onore che mi ha fatto Serge Lifar proponendomi di disegnare la locandina che potete vedere sui nostri muri è perché Puškin riassume ai miei occhi il prestigio dei poeti […] Per convincermene mi bastano la sua silhouette elegante, la sua cravatta alta, le sue basette, i suoi ricci e il suo sorriso da stregone immortale][3]

Ritroviamo quindi nella lettera “tortonese”, a vent’anni di distanza, un giudizio molto simile su Puškin: autore a cui la traduzione non renderebbe giustizia ma che esercita su Cocteau un fascino pieno di mistero. 
Ma l’impressione dell’intraducibilità di Puškin era già maturata in Cocteau nel 1918: è di quell’anno il saggio Le Coq et l’Arlequin in cui, come ha ricordato Ornella Tajani, si racconta:

di una notte in cui, poco tempo dopo la scandalosa prima parigina di Le sacre du printemps, andò a fare una gita notturna al Bois de Boulogne insieme a Stravinskij, Nijinski e all’impresario Diaghilev. Mentre erano lì, Diaghilev iniziò d’un tratto a «biascicare in russo». I suoi connazionali lo ascoltarono estasiati e Cocteau, che non conosceva la loro lingua, scoprì infine che si trattava di una poesia di Puškin. Chiese agli amici di tradurgliela; Stravinskij ci pensò un po’ e poi concluse che era impossibile: «troppo russo»[4]


Tra l’altro, nel 1954 Cocteau aveva dato alle stampe la raccolta poetica Clair-obscur contenente un testo intitolato Hommage à Pouchkine:

De ce jeune bélier l’intraduisible absence
Ride un tambour battu par des doigts de couleur
Tandis qu’au fond du col se concentre l’essence
D’un noir parfum par qui se prolonge la fleur.

La main de singe – Feu! Les noyaux de cerises
Crachés sur cette mort sournoise (elle vous pique
Au même endroit toujours épinglée aux chemises
Carte où cligne de l’oeil una Dame de Pique)

La main de singe elle s’étoile d’arbre en arbre
Bravant l’herbe de lune à Tsarskoïé-Sélo
Avec une insolente érotique ombre arabe
Dont se révolte l’encre au mélange de l’eau.

Le rêve qu’un poète imprudemment dérange
Au bord la mène à pic de son éternité
Et jette sur la neige une écorce d’orange
D’où coule ton jus d’or ô sainte liberté

Un français prononcer le nom ne peut sans honte 
Du criminel (et qu’il soit maudit que la Cour
Soit maudite et maudit le monarque) et que monte
Vers les lustres du bal une haine d’amour.

Enfin tzar orageux sur le tapis de pierre
Éclaboussé d’étincelles et de vacarmes
Ne roulant plus nocturne un équestre tonnerre
Qui te figea, sinon un sorcier par ses charmes ?[5]
 

[L’intraducibile assenza di questo giovane ariete / increspa un tamburo battuto da dita di colore / mentre al fondo del collo si concentra l’essenza / di un profumo nero grazie a cui si prolunga il fiore. // La mano atrofizzata – Fuoco! I noccioli di ciliegie / Sputati su questa morte sorniona (lei vi punge / Nello stesso punto sempre spillata alle camicie / Carta in cui fa l’occhiolino una Dama di picche // La mano atrofizzata s’incrina di albero in albero / sfidando l’erba di luna a Carskoe Selo / Con un’insolente erotica ombra araba / da cui si rivolta l’inchiostro mescolato con l’acqua. // Il sogno che un poeta imprudentemente disturba / sull’orlo la conduce al picco della sua eternità / e getta sulla neve una scorza d’arancia / da cui cola il tuo succo d’oro, o santa liberà // Un francese non può senza vergogna pronunciare il nome / del criminale (e ch’egli sia maledetto, che la Corte / sia maledetta e maledetto il monarca) e senza che salga / verso i lampioni del ballo un odio d’amore. // Infine zar tempestoso sul tappeto di pietra / macchiato di scintille e di chiasso / non tambureggiando più notturno un tuono equestre / chi ti immobilizzò, se non uno stregone con i suoi incantesimi?][6]

Interessante, in relazione alla nostra lettera, il verso iniziale della poesia in cui Cocteau associa a Puškin il concetto dell’intraducibilità. Mentre il riferimento conclusivo al sorcier sembra rimandare all’articolo del 1937 citato più sopra.  

Infine, un’ultima osservazione a proposito dell’aforisma con cui si conclude la lettera: esso è infatti molto simile ad un altro («Il est triste de jouer à cache-cache dans ce monde où l’on devrait se serrer les uns contre les autres»[7]) attribuito a Cocteau e ampiamente documentato online (ma del quale non siamo riusciti a trovare la fonte esatta). 

4. Questi sono i dati desumibili dalla lettura del contenuto: a mancarci sono invece tutte le informazioni di contorno, a partire dall’identità del destinatario: chi è questo Monsieur a cui scrive Cocteau? E soprattutto: in che modo la lettera è arrivata all’albergo-ristorante di Tortona?

Naturalmente per trovare una risposta a tali interrogativi bisognerebbe innanzitutto analizzare anche il verso del foglio su cui è vergata a lettera, alla ricerca di altri elementi utili. In mancanza di tale possibilità –che magari un giorno verrà concessa a qualche studioso di Cocteau interessato a tale documento–, possiamo per il momento avanzare qualche illazione. 

La prima supposizione è che la lettera possa essere stata inviata da Cocteau a qualcuno che soggiornava nell’albergo di Tortona: non avendo intercettato il suo destinatario, la lettera sarebbe rimasta ai proprietari della struttura, dove ancora oggi fa bella mostra di sé. Allo stesso tempo non si può tuttavia escludere che gli antichi proprietari del Cavallino siano invece entrati in possesso del documento in altri modi, il che escluderebbe un legame diretto tra Tortona e il Monsieur a cui scriveva Cocteau.

Quanto all’identità del destinatario, sembra davvero difficile fare delle ipotesi; trovandosi questa lettera in Italia, si può forse supporre che Cocteau si rivolgesse ad un corrispondente italiano. Ora, i rapporti tra il poeta francese e l’Italia sono ampiamente documentati e ben studiati: se conobbe l’Italia sin da giovane, fu soprattutto dalla fine della Seconda guerra mondiale che Cocteau soggiornò con frequenza nel Bel Paese, eleggendo in particolare Venezia come suo luogo del cuore[8]. Cocteau, che già a Parigi aveva frequentato artisti italiani del calibro di Amedeo Modigliani, Filippo de Pisis e dei fratelli De Chirico, venne spesso in Italia per impegni lavorativi e mondani: nel 1950 ricevette il Premio internazionale della critica al Festival del cinema di Venezia per il suo film Orphée; l’anno seguente è a Firenze insieme all’amica Francine Weisweiller e al compagno Edouard Dermit, per poi recarsi ancora a Venezia; nel 1953 passa da Torino, Milano e Genova per un ciclo di conferenze, poi va a Roma a presentare una mostra su Picasso e ancora in Calabria e Sicilia con Weisweiller e Dermit; nel 1955 ripassa da Roma per inaugurare un’esposizione di disegni; vi tornerà un’ultima volta tre anni dopo per incontrare l’artista Fabrizio Clerici[9]
Quest’ultimo, nato a Milano nel 1913 ma romano d’adozione, fu uno dei principali contatti italiani di Cocteau negli anni ’50: un tentativo di collaborazione tra i due –Cocteau aveva proposto a Clerici di realizzare scenografie e costumi per tre sue opere teatrali da mettere in scena al Teatro Quirino di Roma– sfocerà in un album di disegni ispirati all’opera Les Chevaliers de la Table ronde (che però sarà pubblicato solo nel 1963). Sarà inoltre Clerici a mettere in contatto Cocteau con l’editore milanese Vanni Scheiwiller (1934-99), che nel 1959 farà uscire per le edizioni «All’insegna del Pesce d’oro» due poemi e diciassette disegni di Cocteau sotto il titolo di Gondole des morts[10]. E non è un dettaglio da poco che uno dei due poemi contenuti in questa raccolta, per di più dedicato a Fabrizio Clerici, porti il titolo di Le Cavalier de Bronze, ovvero lo stesso titolo di un celebre poema di Puškin ispirato alla statua equestre di Pietro il Grande che si trova a San Pietroburgo[11]

Data la grande confidenza che si evince dalle lettere superstiti inviate da Cocteau a Clerici[12], risulterebbe piuttosto anomalo che il poeta francese abbia utilizzato, per rivolgersi all’artista italiano, un cordiale ma distaccato Cher Monsieur; a patto di non considerare la possibilità che la loro amicizia fosse allora solo agli inizi. Ma in verità non sussistono davvero elementi all’interno della lettera che possano essere ricollegati alla figura di Fabrizio Clerici; né si può d’altra parte escludere che il misterioso Monsieur non fosse di nazionalità italiana. L’unica cosa probabile, data l’allusione a Puškin, è che il destinatario della missiva avesse scambiato con Cocteau alcune osservazioni intorno allo scrittore russo. 

Come avevamo anticipato, la lettura della lettera non ha permesso di dissolvere la nebbia da cui resta avvolta: basti per ora aver attirato l’attenzione su questo documento insolitamente ospitato in un –per altro ottimo– ristorante di Tortona.

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NOTE

NOTE
1 Un esempio concreto di tale riconoscenza sarà, nel 1960, la decisione del giovane François Truffaut, all’epoca ventottenne, di contribuire al finanziamento di quello che rimarrà l’ultimo film di Cocteau: Le Testament d’Orphée (Henry Gidel, Jean Cocteau, Paris, Flammarion, 2009, p. 294).
2 Si veda, per esempio, l’ampio volume che raccoglie le lettere inviate al celebre attore Jean Marais (col quale Cocteau intrecciò una lunga relazione sentimentale e professionale): Jean Cocteau, Lettere a Jean Marais, a cura di Marina Premoli, Milano, R. Archinto, 1988.
3 Traggo queste informazioni e la citazione di Cocteau (apparsa originariamente sul quotidiano comunista «Ce soir» del 30/5/1937 sotto il titolo Le sang noir de Pouchkine) da Patrizia Veroli, Serge Lifar historien et le mythe de la danse russe dans la Zarubeznaja Rossija (Russie en émigration) 1930-1940 ,in Omaggio a Sergej Djagilev: i Ballets Russes (1909-1929I cento anni dopo, a cura di Daniela Rizzi e Patrizia Veroli, Salerno, Vereja, 2011, pp. 203-249.
4 Tajani aggiunge anche che «Altrove, in La difficulté d’étre, Cocteau torna su quest’aspetto dell’intraducibilità di Puškin, scrivendo che, quando il poeta usa la parola “carne”, il termine non si limita più a significare “carne”, ma riesce “a fartene sentire il sapore in bocca”»
5 La poesia contiene riferimenti sia alle opere di Puškin (come i racconti La dama di picche e Il colpo di pistola, nel quale si cita un uomo che, prima di un duello, si era messo a mangiare ciliegie), sia a episodi della vita del poeta russo: dalle origini africane (il bisnonno materno era di origine eritrea), al complesso di residenze imperiali di Carskoe Selo nella cittadina di Puškin (così chiamata proprio in onore del poeta che vi frequentò il Liceo imperiale), fino alla morte in duello per mano del barone francese Georges-Charles de Heeckeren d'Anthès (il quale sarà graziato dallo zar Nicola I e, rientrato in Francia, farà carriera durante l’impero di Napoleone III). E c’è un’allusione finale alla morte, durante la Guerra di Crimea, dello zar Nicola I (che aveva reso la vita difficile a Puškin).
6 La traduzione è nostra: l’edizione italiana di Clair-obscur, pubblicata da Guanda nel 1967 per le cure di Mario Pasi, non contiene questo testo (così come la maggior parte delle poesie dell’ultima sezione del libro, intitolata Hommages et poèmes espagnols).
7 «È triste giocare a nascondiglio in questo mondo nel quale dovremmo stringerci gli uni con gli altri».
8 Elena Fermi, Jean Cocteau et l’Italie, in Cocteau et l’Italie/Démarche d’un poète (Cahier Jean Cocteau, nouvelle série n°5), sous la direction scientifique de David Gullentops, Paris, Michel de Maule, 2007, pp. 13-70, a p. 25.
9 Ibidem, pp. 25-26
10 Ibidem, pp. 50-53. Cfr. anche Elena Fermi, Jean Cocteau, Fabrizio Clerici, Vanni Scheiwiller: une amitié “à la loupe, in Cocteau l’Italien, a cura di Giovanni Dotoli e Carolina Diglio, Fasano, Schena, 2007, pp. 163-180.
11 Devo questo dettaglio al professor David Gullentops della Vrije Universiteit di Bruxelles che ringrazio vivamente.
12 Cfr, Mario Quesada, Fabrizio Clerici, protagonista silenzioso, «Repubblica», 14/4/1990.

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